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Per finanziarsi non c’è solo la banca

Le imprese italiane reperiscono il 70% dei finanziamenti allo sportello bancario. Invece in Francia le aziende finanziano solo il 39% delle loro esigenze in banca e in Germania il 45 per cento. Bastano pochi numeri, elaborati da Intesa Sanpaolo sui dati Bankitalia, per centrare uno dei tanti dei problemi italiani: le imprese dipendono in maniera eccessiva dalle banche. E ora che la “fonte” bancaria si è in parte seccata, il made in Italy rischia di morire. Ma le alternative esistono. E sono molte. Morya Longo
E cco perché diventa sempre più importante sviluppare il vero grande assente in Italia: un mercato finanziario che fornisca alle imprese credito non bancario e, soprattutto, capitale. Nel Paese dove la Borsa, con una capitalizzazione pari al 24,8% del Pil è più piccola in termini relativi rispetto a quella del Botswana (27,4% del Pil locale), la finanza ha molto potenziale di crescita. E con essa il Paese. Certo, non bisogna dimenticare i rischi che il cosiddetto shadow banking (sistema bancario “ombra” o alternativo) comporta: sviluppare fonti alternative, ovvio, non va confuso con l’assenza di regole. Certo, la finanza, nel mondo, ha creato gravi danni. Non vanno dimenticati. Ma ripudiarla del tutto, scartando anche la sua parte “buona”, è un errore: creare fonti alternative significa infatti aumentare le potenzialità di finanziamento per il made in Italy. Di strumenti per farlo, escludendo interventi pubblici, ne esistono in grandi quantità: nessuno di questi può essere risolutivo da solo, ma tutti insieme possono aiutare. Il vasto mondo dei bond La prima fonte alternativa al credito bancario, nel mondo, è il mercato obbligazionario. Purtroppo per accedere a questo mercato le aziende devono avere una stazza sufficiente: i grandi investitori internazionali difficilmente acquistano obbligazioni inferiori a qualche centinaio di milioni di euro. Ma guardando all’estero, e sfruttando le opportunità aperte dal recente Decreto Sviluppo, questo è un mercato che può crescere. Esiste infatti in molti Paesi del mondo uno sviluppato mercato dei cosiddetti “private placement”: si tratta di obbligazioni emesse da aziende di medie dimensioni e vendute privatamente ad uno o a pochi investitori. Generalmente assicurazioni. Negli Usa il mercato dei private placement è enorme: le grandi assicurazioni comprano obbligazioni di “nicchia” emesse ad hoc da imprese di tutto il mondo. Anche italiane. Anche senza rating. In Germania esiste un’altra versione, più adatta alla piccole imprese: il mercato dei cosiddetti “Schuldschein”. Si tratta di crediti negoziabili su mercati istituzionali. In Cina ci sono i Dim Sum Bond. E in tanti Paesi hanno sviluppato mercati simili. In Italia esiste un mercato domestico dei “private placement”, ma minuscolo. Le assicurazioni acquistano obbligazioni privatamente (dunque emesse ad hoc per loro, finanziando direttamente le società), ma solo se emesse da aziende con rating. Infatti le assicurazioni italiane, secondo i dati Ania, investono solo il 2,5% del loro patrimonio in bond aziendali italiani, contro il 14,5% in analoghi titoli esteri. Troppo poco. Ebbene: questo mercato può crescere. Questa è di certo una strada da percorrere. È interesse anche delle stesse banche. Fondi e veicoli privati C’è poi un’altra macro-fonte di finanziamento alternativa al canale bancario: quella dei fondi. La proposta avanzata dal direttore del Sole 24 Ore, che chiede proprio di creare un veicolo con contributi privati per finanziare le imprese, sta riscontrando apprezzamenti. Anche Innocenzo Cipoletta, presidente Aifi, esprime favore: «La costituzione di un fondo che sottoscriva obbligazioni emesse da Pmi, diversificando il rischio, può essere una soluzione». L’esempio è sostanzialmente quello dei credit funds: fondi aperti solo agli investitori istituzionali che, invece di comprare obbligazioni o azioni, investono erogando credito (anche indirettamente) alle imprese. Negli Usa questi fondi hanno già erogato circa 100 miliardi di dollari: cifra che equivale a circa lo 0,6% del Pil Usa. Se in Italia erogassero la stessa percentuale, si tratterebbe di circa 9 miliardi di euro di credito in più. Non briciole. Peccato, però, che in Italia ne esistono solo quattro: uno, Tenax, è nato pochi giorni fa. La sgr Ver Capital ne gestisce tre da anni. Ma si tratta comunque di pionieri. Di piccoli numeri. Le potenzialità sono molto maggiori. Si pensi che tra assicurazioni, fondi pensione, casse previdenziali, Cdp e fondi di private equity esiste in Italia una ricchezza superiore agli 800 miliardi di euro investita – se si escludono i BTp di cui sono tutti ghiottissimi – in gran parte all’estero: se anche una minima percentuale di questi soldi fossero convogliati sulle imprese, si tratterebbe di un ulteriore aiuto. Capitale e altri strumenti Ma di strumenti per far arrivare credito alle imprese ce ne sono molti altri. Oltre al factoring (che infatti continua a crescere) o alle cambiali finanziarie (rese più semplici dal recente Decreto sviluppo), ci sono tutti gli strumenti per dare alle imprese capitale. C’è la Borsa, con tutti i suoi segmenti dedicati alle Pmi. Ci sono i fondi di private equity, che – pur con tutte le loro pecche – in tutto il mondo aiutano le imprese a svilupparsi. Il problema è che tutti questi strumenti, che in Italia esistono, faticano a svilupparsi: perché gli investitori italiani preferiscono diversificare all’estero, e perché le imprese italiane sono per mille motivi poco propense ad aprirsi alla trasparenza e ai costi dei mercati finanziari. Ebbene: questo è il momento per cambiare atteggiamento. Non ci sono più alternative.

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