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Per esserci reato il consulente deve concorrere

di Simona Canzonetta e Giuseppe Ripa

La vita del professionista è segnata dalla paura di trovarsi coinvolto penalmente nelle scelte dei propri clienti. La magistratura lancia un'ancora di salvataggio, confermando che il professionista incorre in responsabilità penale solo se esso concorre attivamente al dolo. Attualmente i rischi penali nei quali il professionista può incorrere sono innumerevoli. Si può ben dire tanti quante sono le attività che lo stesso è chiamato a svolgere.

Quando si parla di responsabilità penale del professionista non si intende solo quella a titolo personale, ma, come accade sovente, esso può essere chiamato in causa per reati a titolo di concorso con il proprio cliente. E dunque, è bene non sottovalutare i possibili profili di responsabilità per concorso morale o materiale del professionista per reati commessi dal proprio assistito; ciò in virtù del combinato disposto dagli artt. 110 e 40 del codice penale (si veda ItaliaOggi dell'11/1/2011). Il concorso di persone nel reato è fattispecie disciplinata ai sensi dell'art. 110 ss c.p. e ricorre nell'ipotesi in cui più individui partecipino alla realizzazione dello stesso fatto criminoso.

Come detto, l'apporto può essere di carattere materiale o anche morale, a seconda che, rispettivamente, esso attenga all'esecuzione della fattispecie oggettiva dell'attività delittuosa ovvero alla volontà di chi commette reato. In particolare, il concorso morale può manifestarsi con l'istigazione a rafforzare un proposito criminoso già esistente o anche con l'agevolazione alla preparazione o all'attuazione del crimine. In ogni caso, affinché si abbia compartecipazione criminosa, occorre che il soggetto abbia fornito un contributo causale al verificarsi del reato.

Pertanto, data l'importanza dei compiti che nella pratica vengono demandati al professionista, non è infrequente il rischio di rimanere invischiati in questioni penali, considerando poi che potrebbe essere lo stesso cliente che nell'intento di sottrarsi alla propria responsabilità, tenti di farla ricadere sul consulente, attribuendogli la realizzazione del fatto illecito. Ma i giudici a gran voce sostengono (sentenza Cassazione civ., sez. III, 26/4/2010, n. 9916) che se il consulente non concorre attivamente al dolo, non rischia la segnalazione alla Procura in sede di verifica.

L'attuale sistema dei reati tributari (introdotto dal dlgs 74 del 2000), è caratterizzato dalla previsione di reati aventi natura esclusivamente delittuosa; ecco che, il concorso del consulente si pone in un ottica se si può dire «più circoscritta». Infatti, quest'ultimo potrà essere chiamato a rispondere penalmente soltanto se nel suo modus operandi è riconoscibile il dolo specifico. In pratica scatta il penale e il professionista risponde con l'assistito nel caso in cui per esempio, come specificato dalla sentenza della Cassazione, sez. III, penale, 1/10/2010, n. 35453, nello studio del commercialista vengono rinvenuti i documenti fittizi non contabilizzati dalla ditta emittente e un timbro dell'impresa cliente identico a quello apposto sulle fatture false. Tale fatto «attesta, in modo inequivocabile, la partecipazione» del commercialista «alle condotte criminose contestate». Un altro caso è quando il professionista concorre volontariamente con il cliente a espedienti per supportare una dichiarazione fraudolenta.

In via generale, il discorso assume connotati diversi in tutti quei casi in cui al professionista viene chiesto un parere da un contribuente o si limita a prospettare soluzioni facendo ben presente che potrebbero incorrere a rischio di censurabilità e a eventuali sanzioni amministrative e penali. Ma come confermato dall'ordinanza del Tribunale di Brescia, sez. riesame, del 5/10/2010 (si veda ItaliaOggi del 7/1/2011), il limite tra ciò che è possibile consigliare e ciò che è giusto tacere per non far scattare il penale, non è ancora ben definito, infatti dipende dal caso specifico. Il legislatore con l'intento di scoraggiare situazioni delittuose concorsuali ha sicuramente aggravato la posizione penale del professionista. A quest'ultimo non rimane altro che prendere coscienza della responsabilità solidale in cui potrebbe incorrere in caso di «eccesso di coinvolgimento» nelle scelte del proprio assistito e di conseguenza evitare comportamenti rischiosi.

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