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People’s Bank of China entra in UniCredit e Mps con il 2%

Se fosse un collezionista, il Governatore Zhou Xiaochuan potrebbe dirsi più che soddisfatto per aver messo in portafoglio tutto ciò che c’era da rastrellare sulla piazza italiana, continuando a diversificare gli asset in portafoglio e a puntare con determinazione sul sistema Italia.
Dalle comunicazioni Consob sulle partecipazioni rilevanti pubblicate nella giornata di ieri emerge infatti che People’s Bank of China detiene dal 29 giugno scorso il 2,005% di UniCredit e dal 30 giugno il 2,01% di Monte dei Paschi di Siena. In entrambi i casi le partecipazioni sono a titolo di diretta proprietà.
Fin qui il laconico comunicato che segue di due settimane quello, identico, sulle partecipazioni rilevanti in Intesa Sanpaolo. Una manovra a tenaglia sulle banche italiane da parte di Pechino, proprio nel momento in cui si allarga il numero di banche cinesi in arrivo in Italia, l’ultima è China construction bank che si aggiunge ad Icbc e Bank of China, mentre si vocifera di un possibile arrivo anche di Bocom, ovvero Bank of communication. Non solo.
Alcune di queste banche collaborano già o stanno collaborando in Italia e in Cina con banche cinesi, la stessa operazione ChinaChem-Pirelli – l’ha ricordato lo stesso chairman di Ccb nell’intervista a Il Sole 24 Ore – ha visto in prima linea China construction bank insieme alle italiane Intesa Sanpaolo e Unicredit.
I tempi cambiano al punto che Banca d’Italia ha dichiarato per la prima volta di aver acquistato nelle sue riserve la moneta di Pechino che, in teoria, non è nemmeno considerata ascrivibile a riserva non essendo convertibile. Eppure, nelle considerazioni finali il Governatore Ignazio Visco ha inserito anche questa informazione.
Cina e Italia sono sempre più vicine e continua, in ogni caso, imperterrito, lo stillicidio degli investimenti di People’s Bank of China sulle blue chip italiane, l’ultima tornata di mosse sulle banche italiane si accoda all’ingresso partito esattamente un anno fa nel capitale delle migliori realtà italiane quotate.
Tutto iniziò, ricordiamolo, a soli 5 giorni dall’incontro, il 24 luglio del 2014, a Pechino, con la delegazione italiana guidata dal ministro del Tesoro, Pier Carlo Padoan, che però aveva smentito che nell’incontro con il Governatore si sarebbe parlato di nuovi passi in Piazza affari. In quella occasione Zhou aveva anche ammesso che la People’s Bank of China deteneva asset azionari italiani per 8 miliardi di euro e in equities e titoli di Stato una somma ancora piu’ alta.
Le comunicazioni alla Consob da allora si sono susseguite a ritmo cadenzato, il Governatore della People’s Bank of China, Zhou Xiaochuan, ha allocato le sue riserve in titoli di aziende italiane già a partire dal 29 luglio, sfondando il fatidico tetto della partecipazione rilevante. Fiat al 2,001, Telecom al 2,081 e Prysmian (che vanta già un partner cinese, peraltro) al 2,018: una tripletta alla quale si sono aggiunti gli acquisiti successivi in Enel e Eni. Poi ancora Generali, Mediobanca.
Per i cinesi, dunque, quella soglia del 2% che fa scattare l’obbligo di denuncia alla Consob per le partecipazioni rilevanti considerata troppo bassa, è anche la spia delle decisioni di investimento cinesi. I cinesi al contrario sono per tradizione molto riservati sulla composizione delle loro risorse: per quelle valutarie si va a spanne, è un segreto di Stato vero e proprio, tuttavia si stima che una percentuale tra il 60 e il 70 per cento è destinata ad asset in dollari, in gran parte titoli del Tesoro.
«Vorremmo fare di più», aveva detto il governatore Zhou al premier Matteo Renzi tradendo questa storica riservatezza. Zhou s’era rammaricato, racconta chi c’era, in quel contesto: vorremmo fare di più – aveva detto – ma quella soglia del 2% è troppo bassa per noi, soltanto l’Italia ne ha una così alta in Europa. La soglia del 2% com’è noto non ha impedito a Safe, l’agenzia che che si occupa non solo della valuta estera ma anche degli investimenti esteri, di continuare a pianificare gli acquisti sui mercati finanziari italiani e a diversificare gli investimenti. Con il risultato di mettere sullo scacchiere, dopo le tre banche italiane, tutte le pedine disponibili.
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