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Il pentito del web

Bastava, forse, non fermarsi a sorridere per quella vignetta del 1993. L’anno in cui il web era roba per entusiasti e apocalittici della globalizzazione. Apparsa sul settimanale New Yorker mostrava due cani davanti a un computer. In basso una scritta che, ricontestualizzata in questi tempi, suona quasi profetica: «Su Internet nessuno sa che sei un cane». Con il passare degli anni quel quattrozampe s’è moltiplicato. E su 3,7 miliardi di utenti connessi è diventato un esercito di troll e hacker, cracker e bot, i programmi che imitano il nostro modo di parlare e offrono informazioni online.

Risultato? «Internet non funziona più», ammette al New York Times Evan Williams, 45 anni, creatore di Blogger (nel 1999), la piattaforma dei blog, fondatore di Twitter (2006) e di Medium (2012), lo spazio digitale pensato per contenuti di qualità. E non solo il web è rotto, ma le cose stanno pure peggiorando. I suicidi, gli omicidi e i pestaggi finiscono su Facebook. I provocatori e i diffamatori inondano Twitter. E le notizie false — «create per ideologia o profitto, scrive il quotidiano americano — galoppano. «Pensavo che se avessimo dato a tutti la possibilità di esprimersi liberamente e scambiarsi idee e informazioni, il mondo sarebbe diventato automaticamente migliore. Mi sbagliavo», dice Williams. Perché «Internet finisce per premiare gli estremi». E influisce sulle democrazie. «Se è vero che Trump non sarebbe diventato presidente se non fosse stato su Twitter, beh sì, mi spiace».

«Oggi nessuno può dire con certezza chi ci sia oltre lo schermo, se un troll o un adolescente macedone che scrive che il Papa ha dato il suo sostegno a Donald Trump», ha detto qualche mese fa in un discorso all’Accademia americana delle arti e delle scienze Walter Isaacson, presidente e ad di Aspen Institute, autore della biografia di Steve Jobs. «Dobbiamo aggiustare la Rete: dopo 40 anni ha iniziato a corrodere se stessa e noi». Certo, «resta un’invenzione meravigliosa e miracolosa, ma ci sono insetti alle fondamenta e pipistrelli nel campanile». E l’anonimato virtuale, celebrato perché permetteva alle voci represse di esprimersi liberamente, alimenta i peggiori istinti. «Il Web non è più il luogo dove la comunità si confronta».

«Internet non salverà il mondo», aveva risposto nel 2013 al Financial Times Bill Gates, fondatore di Microsoft, aggiungendo che la Silicon Valley non stava andando nella giusta direzione. «Cos’è più importante, la connettività mondiale o il vaccino per la malaria?», chiedeva. Di lì a poco proprio quella connettività avrebbe dato risalto alle teorie anti-vaccini.

Più passano gli anni e più si allunga la lista dei «pentiti del web». Tra addetti ai lavori e gli esperti. Che ora mettono in dubbio il ruolo di socializzazione positiva da parte dei nuovi media o ridimensionano il ruolo «rivoluzionario» di blog e social network in ambito culturale.

E lui, Mark Zuckerberg, che ne pensa? Il fondatore-capo di Facebook continua a esaltare gli aspetti positivi della Rete. Ma ha dovuto ammettere che «c’è ancora molto da fare» per fermare la pubblicazione di contenuti violenti (anche se un’inchiesta del Guardian , che ha letto le regole interne, mette in dubbio questi sforzi). Due mesi prima il fondatore aveva sintetizzato le ambizioni globali di Facebook: 5.732 parole in cui racconta, tra le altre cose, che la sua società vuole «aggiustare» alcuni aspetti della nostra vita, compresi la polarizzazione e il terrorismo. Gli stessi che hanno preso il sopravvento proprio con i social network.

Leonard Berberi

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