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Pensioni sempre più «mini»

Un effetto a cascata sulle pensioni. Il calo dei redditi oggi si ripercuote sugli assegni futuri. Soprattutto per i giovani. Non solo dipendenti, ma anche collaboratori e professionisti.
Universo atipico
Con i loro contributi e un saldo previdenziale attivo di circa 7 miliardi all’anno consentono al sistema pensionistico italiano di arginare il disavanzo complessivo. Gli stessi contributi, però, con ogni probabilità non basteranno ai giovani per raggiungere una pensione adeguata. Sono gli iscritti alla gestione separata dell’Inps: platea eterogenea di circa 1,3 milioni di “atipici” che spaziano dai collaboratori occasionali o a progetto agli associati in partecipazione, passando per venditori porta a porta e sindaci di società.
Un “plotone” che il Governo – nel riordino delle forme contrattuali previsto dal Jobs act – pare intenzionato a sfoltire, togliendo le formule più esposte agli abusi. E che vede il 20% degli iscritti sotto i 30 anni: oltre 233mila persone, per lo più collaboratori a progetto (150mila) che neanche a dirlo guadagnano meno di tutti (5mila euro in media l’anno tra i cocopro) e da cui derivano contributi pensionistici modesti. In oltre un caso su tre (si veda Il Sole 24 Ore del 6 ottobre) i giovani non riescono ad accreditare nemmeno un mese di contributi, mentre circa il 44% accantona da uno a cinque mesi. E, in più, il costo dei versamenti è aumentato nel corso degli anni. All’avvio, nel 1996, era previsto un contributo del 10% sul reddito e un assegno finale calcolato in base al cosiddetto metodo contributivo puro (equivalente ai contributi versati rivalutati secondo l’andamento del Pil). Nel periodo seguente, con il fine nobile di incrementare la copertura pensionistica, l’aliquota è stata aumentata, arrivando oggi – per la maggior parte dei lavoratori – al 28,72% e raggiungerà il 33,72% nel 2018.
Nonostante ciò la pensione finale risulterà particolarmente contenuta. Anche perché al di sotto di un determinato reddito annuo (per il 2014 circa 15mila euro) all’iscritto non viene accreditato un intero anno di anzianità contributiva (ma un periodo proporzionalmente inferiore). Nei calcoli a lato – relativi a tre lavoratori iscritti per la prima volta alla gestione a inizio 1996, 2001 e 2006 – si sono ipotizzate quattro diverse soglie di reddito annuo: il livello minimo per il riconoscimento di tutto l’anno di servizio, il 50% di questo reddito, tre volte tanto e, infine, un guadagno pari a 120mila euro, più elevato del massimale pensionabile e contributivo previsto dalla gestione, attualmente pari a 100mila euro, oltre il quale i contributi non sono più dovuti e la pensione finale non fa “scatti in avanti”.
Le proiezioni evidenziano in primis come il pensionamento si ritardi sensibilmente nel caso in cui il lavoratore percepisca un reddito annuo inferiore al minimo di 15mila euro. La prestazione invece sale al crescere della data di iscrizione alla gestione (le aliquote più elevate introdotte nel tempo determinano infatti un incremento della pensione finale). In ogni caso, pur in uno scenario favorevole determinato ipotizzando una stabilità di rapporti nel tempo, l’importo degli assegni appare contenuto (al limite, se non al di sotto, della soglia di povertà). Diversa sembra invece la situazione dei più ricchi, ma anche nei loro confronti, la copertura previdenziale è influenzata parecchio dal “tetto” contributivo.
Le pensioni dei professionisti
Il “flop” dei redditi e il progressivo passaggio dal sistema retributivo a quello contribuivo della maggior parte delle Casse di previdenza sta avendo ripercussioni negative anche sulle pensioni dei giovani professionisti. Di recente a suonare il campanello d’allarme è stato Luigi Pagliuca, presidente della Cassa dei ragionieri: «Se e quando andremo in pensione, lo faremo con un assegno di 800 euro». E le Casse provano a correre ai ripari, affiancando al trattamento pensionistico una serie di misure di welfare specifico come forme di protezione indiretta e quindi sostegno economico.
«Il budget totale supera i 450 milioni di euro annui – spiega Andrea Camporese, presidente Adepp, l’associazione che rappresenta venti casse –: coperture sanitarie, prestiti a basso tasso, modulazione delle aliquote in base all’età e all’ingresso nel lavoro, incentivi all’apertura di studi, interventi in caso di eventi imprevedibili e cali di reddito sono solo alcuni dei capitoli affrontati». Senza contare le possibili strategie “redistributive”. «Un esempio – suggerisce Camporese – è la leva fiscale su cui si può agire eliminando la doppia tassazione, sul rendimento finanziario dei versamenti e sulla pensione erogata, che vede l’Italia un unicum in Europa. Questo permetterebbe di liberare nuove risorse per attenuare in primis il gap generazionale. E poi la possibilità, che chiediamo da tempo, di redistribuire gli utili da investimenti non limitandoci alla norma di legge che prevede, nelle gestioni separate, una rivalutazione dei montanti in base alla media quinquennale del Pil. La previdenza – conclude – non può essere un sistema rigido, ma deve in parte adeguarsi ai mutamenti impetuosi del mercato del lavoro. Anche le nuove linee di finanziamento con fondi europei possono svolgere un ruolo nell’ambito del riequilibrio generazionale».

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