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Pensioni, quanto costa il congelamento In dieci anni si perdono 4 mila euro

L’aggiornamento Istat delle pensioni nel 2014 ci sarà per tutti, rimane fuori la quota del trattamento che supera 6 volte il trattamento minimo Inps. Questo significa che, data una inflazione pari all’1,5%, anche chi ha una pensione superiore a 2.973 euro mensili godrà dell’aumento, ancorché limitato a circa 41 euro. Praticamente, l’adeguamento — completamente congelato nel biennio 2012-2013 dal decreto «salva Italia» (riforma Monti-Fornero), che ha bloccato le rendite di importo superiore a tre volte il minimo (1.443 euro mensili) — tornerà in pista nella nuova versione che nega l’indicizzazione alla sola quota di pensione che supera i 2.973 euro. Decisamente meglio di quanto sembrava in un primo momento, e cioè il blocco totale per le rendite di importo superiore a 6 volte il minimo (parliamo comunque di cifre al lordo dell’Irpef). Se così fosse stato, una rendita di 3.000 euro al mese (poco più di 2.100 euro al netto delle imposte), che non può certo definirsi una pensione d’oro, avrebbe dovuto dare addio a 45 euro al mese nel 2014, perdita che a prima vista poteva sembrare un piccolo «sacrificio», ma che invece si sarebbe trascinata nel tempo sterilizzando gli effetti moltiplicativi degli aggiornamenti: non si sarebbero presi gli aumenti sugli adeguamenti. In altre parole, ipotizzando un tasso di inflazione costante pari all’1,5% gli iniziali 45 euro mensili dopo 10 anni sarebbero diventati ben 482 euro. Insomma, il nostro pensionato con 3.000 euro al mese del 2014, a conti fatti, nell’anno 2023 avrebbe riscosso un assegno dimagrito di oltre 6.600 euro (oltre il 20% della pensione). Senza tener conto che dal 1992 tutti i trattamenti pensionistici non sono più agganciati agli aumenti contrattuali dei lavoratori in attività, ma solo all’inflazione, e in modo parziale.
Riconoscendo, invece, anche per le rendite superiori a 2.973 euro, un’indicizzazione parziale fino a questa soglia, la perdita in un decennio si riduce arrivando comunque a superare i 4.000 euro, (per l’esattezza 4.173, come illustrato nella tabella).
Per meglio comprendere la questione, è bene spiegare come funziona il meccanismo della cosiddetta perequazione. Va infatti ricordato che la percentuale di aumento per variazione del costo della vita (l’ex «scala mobile») si applica a scaglioni. Nel senso che viene riconosciuto per intero (100% del tasso d’inflazione) sull’importo di pensione sino al triplo del minimo, al 90% per la fascia di importo compresa tra il triplo e il quintuplo del minimo e al 75% per la fascia d’importo eccedente cinque volte il minimo. Nei primi 8 mesi dell’anno, la crescita dei prezzi è rimasta nell’ordine dell’1,5% circa. In parole povere, l’aumento di gennaio 2014, dopo il ripristino parziale del meccanismo originario, sarà così articolato:
1) più 1,5% (ossia l’aliquota intera) sulla fascia di pensione mensile sino a 1.487 euro, tre volte il minimo di dicembre 2013;
2) più 1,35% (90% dell’incremento) sulla fascia di importo mensile tra 1.487 e 2.478 euro;
3) più 1,125% (75% dell’incremento) sulla fascia di pensione mensile tra 2.478 e 2.973 euro, 6 volte il minimo di dicembre 2013;
4) per le pensioni di importo superiore a 2.973 euro, sulla quota eccedente non ci sarà più alcun adeguamento di scala mobile. È però previsto un piccolo correttivo per le pensioni vicine al limite che altrimenti resterebbero penalizzate.

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