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Pensioni, privatizzazioni e tasse: il piano per affrontare i conti

di Mario Sensini

ROMA — Non «lacrime e sangue», ma altri sacrifici attendono gli italiani. Il presidente del Consiglio incaricato, Mario Monti, ha già cominciato a delineare nelle consultazioni con i vertici dei partiti politici i primi interventi per portare l'economia in zona di massima sicurezza. Non è entrato nei dettagli delle singole misure, ma a tutti ha spiegato la filosofia del doppio binario che intende adottare: da una parte un «piano incisivo di riforme per la crescita e l'equità sociale», dall'altro il «ferreo controllo dei conti e della finanza pubblica»: riforma della previdenza, liberalizzazioni, dismissioni, misure contro l'evasione fiscale, revisione dei programmi della spesa pubblica, riforma del Fisco.
Il sentiero in cui si muove l'ex commissario europeo è comunque molto stretto. Un percorso scavato tra le misure varate dal governo prima delle dimissioni con l'emendamento alla legge di stabilità e gli impegni presi da Silvio Berlusconi con l'Unione Europea, di cui bisogna garantire l'applicazione, e la necessità di Monti di dare credibilità al suo piano ricercando da un lato il consenso delle parti sociali, dall'altro l'appoggio che necessariamente dovrà assicurarsi in Parlamento da parte delle forze politiche. Non sarà facile, anche se il professore della Bocconi è partito a spron battuto.
«Il momento è molto serio», ha premesso ai segretari dei partititi politici che ha incontrato ieri di persona e al leader della Lega, Umberto Bossi, con il quale ha avuto un colloquio telefonico. Non è voluto scendere nei dettagli, ma l'ennesima, forse decisiva, riforma delle pensioni è nei suoi programmi. Anche se non è certo facile, come primo passo. La Lega, contraria, ha già detto che farà opposizione e Monti è alla ricerca di altri appoggi. E oggi, dopo i partiti e le parti sociali, il presidente del Consiglio incaricato incontrerà i rappresentanti dei giovani e delle donne. Inedito assoluto nella storia delle consultazioni politiche, e segno evidente del piglio con il quale l'ex rettore della Bocconi, secondo il quale «condivisione sociale e civile sono fattori essenziali dello sviluppo dell'economia», vuole impostare il suo programma di riforme.
Lo stesso cliché, con il coinvolgimento dei principali portatori di interesse, sarà probabilmente ricalcato quando si tratterà di affrontare la liberalizzazione del mercato e i provvedimenti per accentuare la concorrenza, altro punto fondamentale del programma ipotizzato da Monti da qui alla fine della legislatura. Nel menù non c'è solo la liberalizzazione delle professioni, i cui tempi sono già delineati nella lettera inviata dal governo Berlusconi alla Ue. L'ex commissario europeo all'Antitrust ha in mente anche altri interventi: sui grandi mercati come energia, telecomunicazioni, trasporti, assicurazioni, servizi postali, rete dei carburanti, attività degli esercizi commerciali. Il ripristino e la sistematizzazione della legge annuale sulla concorrenza, come anche il rafforzamento dei poteri dell'autorità garante del mercato, sono scontati.
Nel piano ci saranno dismissioni, privatizzazioni e, Monti ne avrebbe già accennato nei colloqui di ieri, un probabile rafforzamento delle misure contro l'evasione fiscale. In questa prima fase, però, grandissima attenzione sarà data al monitoraggio del bilancio pubblico. Non è chiaro se ci sarà una vera e propria due diligence, ma Monti vuole comunque accelerare la revisione della spesa storica di tutti i ministeri e ha spiegato che il pareggio nel 2013 dovrà essere blindato, se necessario anche con misure aggiuntive. La patrimoniale sui grandi patrimoni, la reintroduzione dell'Ici, con la rivalutazione delle rendite catastali, restano opzioni praticabili. Così come l'attuazione della delega per la riforma fiscale e assistenziale. Dalla delega devono arrivare 4 miliardi nel 2012 e 16 nel 2013 già contabilizzati in bilancio, ma ancora da individuare. Per far quadrare i conti ci sarebbe sempre la possibilità di alzare l'Iva o le accise (darebbero 10 miliardi l'anno), ma a Monti l'idea non piace. Spostare il peso dalle imposte dirette a quelle indirette renderebbe l'imposizione meno progressiva. Più dura con i deboli che con i ricchi, quando il faro dovrebbe essere l'equità sociale.
 

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