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Pensioni, per il decreto ipotesi rinvio

Probabilmente non si concluderà prima di lunedì la partita all’interno del Governo sulla soluzione da dare al nodo pensioni dopo la sentenza della Consulta. Palazzo Chigi e una parte consistente della maggioranza restano convinti che la soluzione migliore è agire senza troppa fretta rimandando le scelte sui rimborsi a giugno (dopo la tornata elettorale del 31 maggio) magari preceduta da un “decreto ponte” con i soli principi su cui sviluppare l’operazione. Per il ministero dell’Economia invece la priorità è l’immediato varo di un decreto con già gli importi da restituire per fasce di reddito e le modalità di rimborso. L’intervento sul 2015 sarebbe già stato quantificato dai tecnici del Mef in circa 2 miliardi più altri 600 milioni a regime. Lo stesso ministro Pier Carlo Padoan da Tiblisi ha ribadito che nel Consiglio dei ministri di lunedì 18 maggio il governo discuterà delle misure sulle pensioni. Se non proprio un braccio di ferro tra palazzo Chigi e via XX Settembre, il confronto aperto è tra due scuole di pensiero al momento ancora distanti. Non a caso nelle ultime ore ha preso quota l’ipotesi che lunedì non si vada oltre un esame preliminare dello scottante dossier, con un rinvio delle scelte operative.
Nella maggioranza a spingere per un’operazione in più tappe è sicuramente il Pd ma anche Scelta civica. Che con il suo leader, e sottosegretario all’Economia, Enrico Zanetti sostiene che «il compromesso ideale, non per motivi elettorali ma per una reale equità, è varare al Consiglio dei ministri di lunedì solo delle norme procedurali sulle pensioni senza cifre ma con i criteri generali della gradualità, rinviando di qualche settimana la soluzione definitiva con soglie e coperture».
I tecnici stanno ancora lavorando su diverse ipotesi possibili che permettano da una parte di rispettare la Corte e dall’altra di minimizzare l’effetto sui conti pubblici. L’idea di base è quella di mini-rimborsi per fasce di reddito che limitino l’impatto totale dell’operazione a 2,5-3 miliardi al massimo. Tutti da quantificare, secondo le regole europee, nell’indebitamento netto del 2015. Il meccanismo di perequazione scelto per il ricalcolo potrebbe essere quello in vigore, varato dal Governo Letta nel 2014 e valido fino al 2016: potrebbe essere rimodulato e fatto retrocedere al 2012, il primo dei due anni congelati. Resta anche l’ipotesi di rimborso su un solo anno, così come quella di un tetto di fatto tra i 3-3.500 euro, oltre il quale la sterilizzazione degli assegni resterebbe, mentre la perequazione piena o quasi piena potrebbe salire a 3,5 volte il minimo. Sul fronte coperture, il più complicato, si prevede l’utilizzo del famoso “tesoretto” da 1,6 miliardi stimato sull’anno in corso per il differenziale tra deficit tendenziale e programmatico, mentre sembra uscire di scena la fonte voluntary disclosure. La dote mancante arriverebbe quindi da una mini-spending e da una rimodulazione degli accantonamenti di bilancio vincolati a una clausola di salvaguardia almeno fino al varo della legge di assestamento.
Intanto le pressioni delle opposizioni crescono di ora in ora. Renato Brunetta (Fi) parla di grande imbroglio: «C’è una lite tra Renzi e Padoan sulle pensioni. Renzi vuole posticipare il decreto per ragioni di opportunismo elettorale; Padoan, per i suoi impegni in sede europea, vuole farlo subito anche se a costi ridotti, ridottissimi. Evidentemente per accontentare l’Europa ma per scontentare 5-6 milioni di pensionati e, Renzi dice, elettori». Fratelli d’Italia confermano l’iniziativa di class action contro l’Inps e i sindacati chiedono un incontro con il Governo prima del consiglio dei ministri.
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