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Pensioni, Padoan rassicura l’Ue sul deficit Rimborsi più bassi a chi ha meno contributi

Perde quota l’ipotesi delle rate per rimborsare i pensionati dopo la sentenza della Corte costituzionale che ha bocciato il blocco della rivalutazione degli assegni introdotto dal governo Monti. Si tratta della conseguenza pratica di un problema tecnico: anche spalmando su più anni l’operazione, i soldi necessari andrebbero comunque conteggiati sul bilancio 2015. Dal punto di vista della finanza pubblica, quindi, dilazionare i pagamenti non porterebbe alcun vantaggio. Non solo. 
Ieri a Bruxelles il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha confermato che non saranno toccati i saldi rispetto al Def, il Documento di economia e finanza che fissa i fondamentali di politica economica. Questo vuol dire che il rapporto fra deficit e Prodotto interno lordo dovrebbe restare fermo al 2,6%, e che per trovare i soldi necessari il governo non vuole usare la leva del deficit, che farebbe salire lo stesso rapporto verso il limite europeo del 3%. Un impegno che eviterebbe al governo la necessità di presentare una nota di aggiornamento per lo stesso Def, con tutti i delicati passaggi politici che ne seguirebbero. Ma che rende ancora più complicato trovare le coperture necessarie per restituire i soldi ai pensionati.
Non ci saranno solo diversi scaglioni di rimborso a seconda del livello del reddito, restituendo qualcosa in più a chi ha un assegno più basso per poi scalare mano a mano che l’importo sale. Non ci sarà solo un livello massimo (si ragiona sui 3.500 euro lordi al mese) oltre il quale il rimborso potrebbe non esserci, con l’ipotesi aggiuntiva di un contributo di solidarietà per quelle ancora più alte, oltre i 5 mila euro lordi al mese. Ma, per limare i costi dell’operazione, ci potrebbe essere anche un correttivo che tanga conto degli anni di contributi versati. A parità di assegno, in sostanza, una minore anzianità contributiva potrebbe far scendere l’importo del rimborso.
Sul tavolo ci sono ancora diverse ipotesi per il decreto che potrebbe arrivare al prossimo Consiglio dei ministri, non ancora fissato, in modo da chiudere la questione prima del voto per le Regionali di fine mese. Ma tutto dipende da quanto il governo deciderà di investire sull’operazione. Al momento la forchetta più probabile va da un minimo di 3 ad un massimo di 5 miliardi di euro, al netto delle entrate che tornerebbero allo Stato sotto forma di tasse. Circa un terzo rispetto ai 14,6 miliardi di euro, sempre al netto, che costerebbe restituire tutto a tutti. Sarà usato di sicuro il «tesoretto», quelle risorse aggiuntive da un miliardo e 600 milioni previste nello stesso Def. Ma, anche con l’ipotesi minima di 3 miliardi, non basterebbe.

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