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Pensioni, maxi scivolo in arrivo via dal lavoro fino a sette anni prima

Torna ma solo per le grandi aziende, oltre i 1000 lavoratori, il maxiscivolo per la pensione. Lo prevede un emendamento presentato dai relatori del decreto Crescita alla Camera, Giulio Centemero (Lega) e Raphael Raduzzi (M5s) presso le commissioni Bilancio e Finanze, e che potrebbe già essere votato oggi. Grazie al “contratto di espansione”, che dovrà essere concordato con i sindacati, le imprese potranno mandar via i dipendenti a sette anni dalla pensione, versando però loro un’indennità «commisurata al trattamento pensionistico lordo» maturato al momento in cui si conclude il rapporto di lavoro. Se invece il lavoratore è vicino alla pensione anticipata «il datore di lavoro versa anche i contributi previdenziali utili al conseguimento del diritto, con esclusione del periodo già coperto dalla contribuzione figurativa a seguito» del licenziamento.
Le aziende potranno utilizzare questa norma solo nel caso in cui stiano per avviare o abbiano avviato processi di reindustrializzazione e riorganizzazione, e quindi si trovino di fronte all’esigenza di «modificare le competenze professionali in organico ». Per cui potranno assumere nuovi lavoratori sia licenziando i più anziani (garantendo loro quanto prevede la legge) che riducendo gli orari degli altri. In questo caso la riduzione, che può essere concordata anche fino al 100%, potrà essere integrata da Cig e Cigs ma fino a 18 mesi anziché 24. Nel contratto andrà indicato anche il numero di nuove assunzioni a tempo indeterminato o con il contratto di apprendistato.
Per evitare il rischio esodati, l’emendamento Centemero-Raduzzi prevede che «leggi e altri atti aventi forza di legge non possono in ogni caso modificare i requisiti per conseguire il diritto» alla pensione in vigore al momento dell’adesione al contratto di espansione.
Si apre così una ulteriore strada per la pensione anticipata, che si somma a quelle giù previste dalle varie leggi, a cominciare dalla possibilità prevista dalla stessa legge Fornero a qualunque età con un’anzianità contributiva di 41 anni e 10 mesi per le donne e di 42 anni e 10 mesi per gli uomini, a tutte quelle poi introdotte in seguito, dall’Ape sociale a quota 100.
La nuova misura è quasi totalmente a carico delle imprese, come nelle precedenti versioni (la prima è del 2012, e si parlava di anticipo pensionistico, o anche di “isopensione”, dall’assegno di esodo). Ha tuttavia alcuni costi anche per il bilancio pubblico, che verranno coperti con lo stanziamento di 40 milioni per quest’anno e 30 per il prossimo: si tratta di una misura sperimentale che viene introdotta, se l’emendamento verrà votato, per soli due anni.
In passato si sono avvalse della misura alcune grandi aziende: tra loro Telecom, Eni, Enel, Mellin-Danone, Unilever, Selex, Terna, Autogrill, Snam, Iren, Saipem, Perugina-Nestlé, Leonardo. Nel complesso però il numero non è alto, il meccanismo è stato giudicato molto oneroso per cui se ne sono avvalse solo le imprese con notevoli capacità economiche. La norma proposta alla Camera però potrebbe essere più appetibile rispetto alla versione ancora vigente del contratto di solidarietà espansivo perché, osserva il direttore di Asstel (l’associazione che, all’interno di Confindustria, rappresenta la filiera delle telecomunicazioni), Laura Di Raimondo, «punta a realizzare un raccordo più efficace tra politiche passive e attive del lavoro», integrando licenziamenti, assunzioni, riduzioni di orario e politiche di formazione.
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