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Pensioni, la riforma punta all’anticipo

di Salvatore Padula

La linea l'ha tracciata in modo inequivocabile il presidente Mario Monti, illustrando a senatori e deputati il programma di Governo. Un approccio che, anche sul fronte pensionistico, ripropone il tema dell'equità come elemento centrale delle scelte del Governo e al tempo stesso insiste sulla politica del rigore e della crescita. La crisi, insomma, è pesante il che richiede risposte immediate e sacrifici per tutti.

Secondo il premier, il punto debole del sistema previdenziale non è tanto la sostenibilità dei conti («i ripetuti interventi normativi hanno reso a regime il sistema pensionistico italiano tra i più sostenibili in Europa e tra i più capaci di assorbire eventuali shock negativi»). E non è neppure il ritardo italiano nell'innalzare l'età di pensionamento («nel caso di vecchiaia, tenendo conto delle finestre, la nostra età di uscita è superiore a quella dei lavoratori tedeschi e francesi»). Lo snodo, come detto, sono equità e rigore: «Il nostro sistema pensionistico – ha affermato Monti – rimane caratterizzato da ampie disparità di trattamento tra diverse generazioni e categorie di lavoratori, nonché da aree ingiustificate di privilegio». Quindi, spazio a interventi finalizzati a rimuovere queste disparità, tenendo però conto delle esigenze di crescita (non a caso si è parlato di armonizzazione e allineamento, a regime, verso il basso delle aliquote contributive).

Il percorso

Così si rafforza l'idea di un intervento di sistema, capace di muoversi nella direzione indicata in passato dal neo ministro del Lavoro, Elsa Fornero, con il duplice obiettivo di offrire prospettive più solide ai giovani e di rafforzare l'«equità attuariale» del modello previdenziale, seguendo un cammino già avviato. «La riforma – ha avuto modo di ribadire il ministro alla sua prima uscita pubblica – è già stata fatta, ora va accelerata».

Che fare, allora? Quale ricetta sposare per superare definitivamente le disparità del sistema? Come cementarne la sostenibilità?

L'ipotesi più gettonata, in queste ore, è quella di un'azione in due tempi: un primo pacchetto di misure, per così dire, congiunturali, per dare risposta ad alcuni problemi urgenti, anche per il loro impatto sui conti pubblici (la vecchiaia delle donne del settore privato; le disparità sulle aliquote contributive); poi, in rapida successione, un altro pacchetto di interventi, più organico e strutturale destinato a recepire la visione del ministro Fornero.

Una visione che il ministro ha delineato nei mesi scorsi con la proposta elaborata dal Cerp, il Centro di ricerca sullo studio dell'economia delle pensioni, di cui il ministro stesso è coordinatore scientifico. Un percorso che, naturalmente, dovrà essere trasferito dal tavolo tecnico a quello "tecnico-politico" del Governo e che si articola in cinque capitoli fondamentali:

– l'estensione a tutti del sistema contributivo;

– l'aumento dell'età di pensionamento (e l'abolizione di fatto delle pensioni di anzianità), in un sistema di uscita flessibile;

– i premi e le penalizzazioni in base all'età al pensionamento;

– l'armonizzazione dei regimi previdenziali;

– la solidarietà da porre a carico di chi ha beneficiato in passato di privilegi e regole molto più favorevoli rispetto alle attuali.

Contributivo

È l'architrave del sistema. L'obiettivo è di accelerare l'entrata a regime della riforma Dini – la legge 335 del 1995 – che ha introdotto il sistema di calcolo della pensione con il metodo contributivo, i cui effetti finanziari saranno completamente acquisiti solo dopo il 2050.

Come? Stabilendo che dal 1° gennaio 2012 tutte le nuove pensioni saranno calcolate con il sistema contributivo, facendo comunque salvi i diritti acquisiti. In pratica, anche i lavoratori oggi collocati nel sistema retributivo passerebbero, ma solo per gli anni mancanti alla pensione, al sistema misto (come già oggi è previsto per chi al 31 dicembre 1995 aveva meno di 18 anni di contributi; chi invece a quella data non aveva versamenti è collocato nel "contributivo puro").

L'età di uscita

Anche questa sarebbe, di fatto, un'eredità della riforma Dini. La quale prevedeva (poi il sistema fu modificato) che ai lavoratori fosse lasciata libertà di scelta sull'età di pensionamento, entro certe soglie. Si valuta quindi di reintrodurre questo criterio di flessibilità, consentendo l'uscita (con almeno 5 anni di contributi) a un'età compresa tra i 63 e i 68-70 anni (con adeguamento triennale in base all'aumento della speranza di vita, come previsto dalle regole attuali). Possibilità di pensionamento anticipato verrebbero previste solo in caso di opzione per il calcolo interamente contributivo (che – appunto – garantisce l'equilibrio finanziario).

Questo modello, tra l'altro, permette di determinare l'importo della pensione utilizzando coefficienti attuariali di trasformazione che tengano conto dell'età del lavoratore al momento del pensionamento e della speranza di vita residua. Quindi: pensione più elevata al crescere dell'età (in quanto si riduce la speranza di vita).

Sarebbe la fine del sistema della pensione di anzianità? Sì, esattamente come già prevedeva – a regime – la riforma Dini che lasciava comunque la possibilità di uscita con 40 anni di contributi.

L'equità

Che effetti produrrebbe il mix calcolo contributivo pro rata e maggior permanenza al lavoro? C'è un indicatore – il Present Value Ratio (Pvr) – che offre una misura importante della sostenibilità di un sistema previdenziale (si veda l'articolo "Se cento euro di contributi regalano un assegno di 350" di Michele Belloni e Flavia Coda Moscarola, ricercatori del Cerp, pubblicato sul Sole 24 Ore il 1° agosto scorso). Il Pvr rappresenta il valore dei benefici pensionistici ottenuti in relazione ai contributi effettivamente versati. In pratica, se il Pvr è uguale a 100 allora vuol dire che la pensione è stata interamente pagata con i contributi (rivalutati) versati dal lavoratore. Se il Pvr è superiore a 100, allora significa che il lavoratore ha ottenuto una sorta di "regalo", che viene pagato dalla collettività. Ebbene, ci sono casi in cui il "regalo" ricevuto da chi accede oggi alla pensione con il sistema retributivo puro arriva al 50-60% (negli anni passati si è arrivati fino a 200-250%).

L'introduzione del sistema di calcolo misto anche per i soggetti che con le regole attuali ricadrebbero nel sistema retributivo produce l'effetto di limare questo "regalo", riducendo un po' il Pvr (si vedano i due esempi pubblicati nelle tabelle in alto a destra). La perdita, in termini economici, per il pensionato – poche decine di euro all'anno di minor pensione – sarebbe compensata con l'aumento dei contributi versati, visto l'obbligo di una più lunga permanenza al lavoro rispetto alle regole attuali, requisito che tra l'altro soddisferebbe anche la richiesta della Ue di far crescere l'età media di pensionamento.

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