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Pensioni, il trucco salva-promozioni

Una bella fregatura, per gli alti burocrati dello Stato. Dopo essersi visti allineare i superstipendi al limite massimo della paga del presidente di Cassazione, contavano di salvare almeno la superpensione. Invece, maligno, il governo gli taglierà anche quella. Anche se, più che dell’esecutivo, la responsabilità qui è di una interpretazione dell’Inpdap, l’ente di previdenza dei dipendenti pubblici confluito nell’Inps.
La riforma delle pensioni targata Elsa Fornero ha stabilito il principio che a partire dal primo gennaio 2012 scatta per tutti il contributivo pro rata. Che cosa significa? Semplice: chi era escluso dall’applicazione della riforma Dini (per capirci quella che ha introdotto il principio in base al quale la pensione si misura non più in rapporto allo stipendio ma ai contributi effettivamente versati) perché all’entrata in vigore di quella legge il primo gennaio 1996 aveva almeno 18 anni di versamenti, avrà l’assegno calcolato in base al sistema retributivo fino al 31 dicembre 2011, e in base al metodo contributivo per i periodi successivi.
La regola vale sia per i dipendenti pubblici che per quelli privati. Ma con una differenza non da poco, secondo quella interpretazione dell’Inpdap. E cioè che per i primi la fetta di pensione rapportata alla retribuzione, cioè la più ricca, si calcola sull’ultima busta paga intascata prima di lasciare il lavoro anziché sullo stipendio bloccato al 31 dicembre 2011, come sarebbe logico e come infatti avviene per i privati. La motivazione è che in quel caso i superburocrati titolari di retribuzioni stellari avrebbero avuto pensioni altrettanto astronomiche, perché proporzionate agli stipendi precedenti al taglio (scattato soltanto nel 2012). Ottimo e abbondante.
Peccato però che l’interpretazione, ha denunciato con una serie di lettere al ministero del Lavoro e all’Inps Edmondo Iannicelli, sindaco di Ispani (un piccolo Comune in Provincia di Salerno) produca effetti collaterali mica da ridere. Favorendo ancora una volta, in un Paese sempre meno per giovani, i dipendenti più anziani. Perché consente di fatto il perpetuarsi della vecchia cattiva abitudine delle promozioni ottenute appena prima di andare in pensione, per far lievitare spesso in modo abnorme l’ultima busta paga e quindi l’assegno previdenziale. Nel settore militare, per esempio, l’avanzamento di grado all’atto del congedo non è una consuetudine: è la regola. Il colonnello va sempre in pensione da generale. Ma questo succede anche nelle altre amministrazioni pubbliche e negli enti locali (caso tipico, quello della polizia municipale).
Va da sé che cristallizzando il calcolo della parte retributiva della pensione alla paga del 31 dicembre 2011 tutto questo non sarebbe stato più possibile. Invece ora l’andazzo continuerà fino a quando non si sarà esaurita la platea di coloro che a tutt’oggi hanno nel pubblico almeno 35 anni di versamenti e godranno di una pensione quasi interamente rapportata allo stipendio.
Il risultato è dunque paradossale: per colpire forse qualche decina di ricchissimi burocrati si è lasciato in vita un meccanismo infernale che favorisce migliaia e migliaia di piccoli inaccettabili privilegi. E qui ancora una volta viene da interrogarsi sul modo in cui vengono fatte le leggi in Italia. Sempre complicate, sempre volutamente nebbiose, sempre bisognose, per essere applicate, di un decreto attuativo o di una circolare esplicativa. Anche quando non è affatto necessario.
Così ogni volta ti assale il dubbio che ci sia qualcosa dietro. Come pure in questo caso. Se l’obiettivo era proprio quello di impedire a un pugno di dirigenti megagalattici di intascare pensioni di platino, non era più facile mettere due righe nella legge, imponendo anche ai loro futuri assegni previdenziali, oltre che ai loro stipendi attuali, di non superare lo stesso tetto?

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