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Pensioni diseguali Così le donne pagano il costo delle riforme

Un divario di genere, per tanti che se ne aprono, si è finalmente chiuso. Dopo dieci anni, le donne tornano ad andare in pensione di vecchiaia quasi come gli uomini, quanto a numeri assoluti. Non accadeva dal 2012, da quando cioè la legge Fornero ha inasprito i requisiti dell’età anagrafica, agganciati alla speranza di vita e ora appaiati per tutti a 67 anni. Prima di allora, due terzi dei pensionati di vecchiaia era donna, un terzo uomini. Poi la curva si è invertita. A dieci anni dalla riforma del 2011, nata per sanare i conti pubblici, si può dire che il conto si è scaricato proprio sulle donne. In 400 mila, si legge nel Rendiconto Inps, intrappolate dagli scaloni dell’età per un risparmio di ben 8,9 miliardi.
Ecco spiegato dunque quel balzo del +70% nelle pensioni di vecchiaia registrato da Inps nel 2020 sul 2019. È la “classe 1953” delle donne che hanno compiuto 67 anni giusto l’anno scorso, libere di lasciare il lavoro. Donne allontanate nel decennio da un traguardo che si è via via allungato di cinque anni per le dipendenti private, uno per le pubbliche e 3,4 anni per le autonome. Un salto che ha generato sì risparmio per lo Stato, ma anche incancrenito le disuguaglianze. Oltre ad uscire più tardi, anche con meno soldi. Nel 2020 la pensione di vecchiaia vale in media 740 euro lordi al mese per le donne contro 1.079 degli uomini. Nel settore privato la differenza è abissale: 737 contro 1.439 euro, la metà. Ed è il settore dove la penalizzazione dello “scalone” ha pesato di più, visto che le statali arrivavano alla riforma Fornero con un’età di uscita quasi identica agli uomini (per via di una sentenza della Corte di Giustizia Ue che imponeva l’equiparazione).
Negli anni molti paracaduti sono stati aperti: eccezioni alla regola per anticipare le uscite. Non sempre però molto generosi con le donne. A volte punitivi, come “Opzione donna” istituita dalla legge Sacconi nel 2004, per anni rimasta a sonnecchiare. Dalle quattro lavoratrici nel 2008 alle quasi 17 mila nel 2020, in totale 128 mila donne hanno usato questo canale per uscire a 58 o 59 anni con 35 di contributi, ma tutta la pensione ricalcolata col contributivo e una perdita certificata da Inps del 33%: un taglio di un terzo. Non sorprende che nel 2020 il 90% delle 17 mila donne “opzioniste” hanno incassato un assegno da fame, sotto i 1.000 euro. Si tratta per il 62% di lavoratrici del settore privato. Senza parlare poi di Quota 100, l’uscita anticipata a 62 anni con 38 di contributi in vigore dal 2019 e fino alla fine di quest’anno: il regno degli uomini. Nei primi due anni su 267.802 “quotisti” le donne sono solo 77.218 e per quasi il 60% dal settore pubblico. Almeno qui non c’è ricalcolo totale col contributivo. Eppure l’assegno delle donne (ex lavoratrici del privato) è 600 euro inferiore a quello degli uomini. D’altro canto il canale della pensione anticipata (ci vogliono 41 anni di contributi) è quasi inibito alle donne: a parte Opzione donna e Quota 100, con i limiti detti. La loro carriera discontinua – maternità, part-time forzati, lavori di cura – non consente di accumulare i contributi necessari e abbassa prima gli stipendi e poi le pensioni: complicato per una donna avere 38 o 41 anni di contributi. Un tema da affrontare, ora che si riapre il tavolo previdenziale. A partire dall’incontro di oggi, organizzato da Cgil, Cisl e Uil, dal titolo: “Cambiare le pensioni adesso”. Le donne hanno sofferto la pandemia come nessun altro: precarie, il 70% di contagi Covid sul lavoro, l’80% di congedi Covid a stipendio dimezzato per seguire i figli in dad, tasso di occupazione tornato indietro di quattro anni. Le occupate erano 9,9 milioni nel 2019: record storico per l’Italia. A marzo 9,3 milioni. Il tasso di occupazione è sceso dal 50,1 al 47,5% (media Ue: 62,4%). Si riparte dal lavoro di oggi, per avere pensioni più dignitose domani.
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