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Pensioni: cambia tutto Ecco come fare i conti

di Domenico Comegna

Flessibilità dell'età pensionabile e introduzione per tutti del sistema contributivo, accompagnato da un meccanismo di premi e penalizzazioni a seconda dell'età di uscita. Applicazione di queste regole a tutti per arrivare a una effettiva equiparazione.
Sono questi i punti, a quanto è dato di sapere, sui quali si focalizzerà l'azione del nuovo governo in materia di previdenza. Ma vediamo cosa tutto ciò comporta in concreto.
Contributivo pro-rata. Per capire meglio occorre fare un passo indietro, e cioè alla riforma Dini del 1995, che in fatto di calcolo della pensione ha individuato tre tipologie di lavoratori:
i «fortunati» del 1995, esonerati dall'applicazione del contributivo se avevano maturato a quella data almeno 18 anni di anzianità. Fortunati perché a loro si applica il più vantaggioso sistema retributivo;
i «parzialmente fortunati», cioè coloro che avevano, sempre entro il 1995, maturato meno di 18 anni di contribuzione. A loro si applica il sistema di calcolo pro-rata, ossia in base alla regola retributiva per l'anzianità maturata al 1995 e a quella contributiva per l'anzianità dal 1996;
gli «sfortunati», coloro che sono entrati nel mondo del lavoro a partire dal 1996, la cui pensione sarà interamente contributiva.
La prima conseguenza dell'introduzione del contributivo pro-rata è un generale avvicinamento dei trattamenti tra le categorie. È bene fare una precisazione, per non spaventare. L'introduzione del criterio contributivo per tutti, sarà comunque effettuato con il meccanismo del pro-rata. Riguarderà cioè la totalità dei lavoratori, indipendentemente dal numero degli anni contributi accumulati al dicembre '95, ma varrà solo per i versamenti futuri (per la contribuzione versata dal 1° gennaio 2012). Questo significa che gli effetti negativi, il sistema retributivo è certamente più vantaggioso, saranno maggiormente attenuati, quanto più è vicina la data del pensionamento (e quanto maggiore sia la retribuzione pensionabile). Nella tabella qui a fianco una simulazione.
Età flessibile
Quanto al pensionamento, stando alle indiscrezioni, la fascia di età stabilita nel 1995 (57-65 anni) dovrebbe essere adeguata all'aumentata aspettativa di vita e portata quindi a 62 (63)-68 (70) anni. Una forchetta che dovrebbe essere in seguito automaticamente adeguata, secondo una delle norme recentemente introdotte e non ancora in vigore, alle variazione della longevità, cosicché il minimo e il massimo salirebbero (ogni tre anni) con l'aumento di quest'ultima.
Potrà essere consentito il pensionamento anticipato con età inferiore a 62 (63) anni, ma in questo caso l'assegno mensile verrebbe ridotto proporzionalmente all'anticipo. Come sarà peraltro consentito andare al di là dei 65 (68) anni, con una proporzionale maggiorazione dell'assegno mensile.
I 40 anni
Ma resterà la possibilità di andare in pensione dopo 40 anni, a prescindere dalla età? È una domanda a cui è difficile rispondere. Non è escluso, stando alle indiscrezioni, che resti in piedi, limitatamente però ad alcune specifiche categorie: operai ed «equivalenti», lavoratori, questi ultimi, appartenenti a attività i cui contratti non prevedono la qualifica di operaio, ma svolgono mansioni appunto equivalenti.
Un'ultima annotazione. Il modesto sacrifico in termini di assegno finale, per chi raggiunge tale traguardo, convincerebbe più di uno a prolungare l'attività oltre i 40 anni, tetto massimo di anzianità presa in considerazione dal «retributivo», recuperando peraltro in pensione l'anno in più di lavoro (e versamento di contributi) che deve scontare per via della finestra mobile (decorrenza fissata 13 mesi dopo). Sempre che non venga soppressa (come sarebbe giusto). E queste sembrano essere le intenzioni del nuovo ministro.

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