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Pensione anticipata, soglia a 63 anni

Possibilità di pensionamento anticipato a 63 anni, e almeno 35 o 30 anni di contributi, con penalizzazioni del 3-4% fino a un massimo del 10-12% per il periodo mancante al raggiungimento della soglia di vecchiaia dei 66 anni da garantire a tre specifiche categorie di lavoratori: “esodandi” al di fuori delle “salvaguardie” già scattate, disoccupati over 62 sprovvisti di ammortizzatori sociali e donne, magari dando la priorità a quelle con figli. Sono queste le coordinate di riferimento su cui si starebbero muovendo i tecnici del Governo per confezionare un’ipotesi mirata di flessibilità in uscita per le pensioni, modellata su una sorta di restyling della cosiddetta “opzione donna”, da inserire nelle legge di stabilità insieme a un meccanismo altrettanto mirato di flessibilità contributiva. Che avrebbe la finalità di consentire al datore di lavoro di versare contributi al lavoratore anche una volta cessato il rapporto. Il tutto anche con l’obiettivo di favorire le staffette generazionali.
Ma al momento non è affatto scontato che tutto il dispositivo della flessibilità entri nella prossima manovra. Il Governo sta infatti valutando con attenzione la possibilità di convogliare nella stabilità solo le misure su “esodandi” e donne, o in alternativa semplicemente quelle sul cosiddetto prestito previdenziale (costo quasi zero), e ricorrere a un disegno di legge collegato per far scattare con tempi più lunghi e margini più ampi per le coperture un intervento organico in chiave di flessibilità pensionistica.
Ad affermare che è prematuro dire che la flessibilità in uscita sarà nella “stabilità” è stato il sottosegretario alla Presidenza, Claudio De Vincenti, intervenendo a Sky Tg Economia. «È un tema al quale stiamo lavorando e ragionando» ha detto De Vincenti sottolineando che il Governo vuole «evitare che il costo abbia un impatto sulla finanza pubblica» e che per qualsiasi intervento sulla flessibilità «deve esserci corrispondenza tra la flessibilità e contributi versati».
Per tutta la giornata di ieri i tecnici hanno continuato a lavorare alle varie opzioni sul tappeto. Il principale nodo da sciogliere resta quello delle scarse risorse disponibili: allo stato attuale oscillerebbero tra gli 800 milioni e il miliardo, non di più. Anche per questo motivo si sta valutando con attenzione l’ipotesi di ricorrere a un disegno di legge collegato.
Una soluzione, quest’ultima, suggerita anche dal presidente della commissione Lavoro del Senato, Maurizio Sacconi (Ap). «Valuti il Governo se regolare attraverso una legge delega collegata alla legge di stabilità un primo ma significativo inserimento di regole flessibili nel vigente sistema previdenziale, il più rigido del mondo», afferma Sacconi. Che, anche per quel che riguarda i versamenti dei contributi e non solo le prestazioni», propone il modello tedesco.
A insistere sull’immediato decollo delle flessibilità in uscita per tutti i lavoratori con penalizzazioni massime del 2% l’anno (per un totale dell’8% per quattro anni di anticipo), «perché non produce costi e nel medio-lungo periodo genera risparmi», è invece il presidente della commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano (Pd).
Ma dalla stessa maggioranza arriva uno stop immediato con il sottosegretario all’Economia, e leader di Scelta civica, Enrico Zanetti: «Smontare la riforma Fornero introducendo una flessibilità generalizzata in uscita sarebbe un atto suicida». Zanetti è comunque favorevole a interventi specifici per «chi è senza lavoro e senza pensione», a partire dai disoccupati over 63. Nello stesso Pd c’è chi come Carlo Dell’Aringa considera prioritario intervenire per abbassare lo “scalino” delle donne e far scattare il “prestito previdenziale”. A schierarsi contro il ricorso a penalizzazioni per le uscite anticipate sono Cgil, Cisl e Uil che chiedono all’Esecutivo una risposta immediata sulla flessibilità.
Intanto il Governo sta lavorando anche per affinare il pacchetto di interventi per contrastare la povertà. L’ipotesi che sta prendendo corpo è quella di rendere operativo su tutto il territorio nazionale lo strumento dello Sia, il Sostegno per l’inclusione attiva fin qui sperimentato in 12 città del Mezzogiorno. L’intervento potrebbe avere però una nuova configurazione rispetto a quella attuale andando a sostenere maggiormente i nuclei sotto la fascia di povertà (è già previsto il collegamento con l’Isee) in cui sono presenti figli minori.

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