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Pena accessoria errata, rimedio in esecuzione

Se nel giudizio di cognizione viene applicata una pena accessoria illegale, il giudice dell’esecuzione può intervenire anche dopo il passaggio in giudicato. Ma a patto che la pena sia determinata o determinabile per legge. Nessun emendamento è invece possibile quando estraneità o contrarietà alla legge sono il frutto di un errore valutativo.
Le Sezioni unite della Cassazione, con la sentenza 6240/2015 depositata ieri, sciolgono i dubbi sul margine di manovra del giudice dell’esecuzione quando il collega della cognizione commette un errore nell’infliggere la pena accessoria. La Corte ripercorre le tappe attraverso cui la giurisprudenza ha scalfito il dogma dell’intangibilità del giudicato in nome del principio di legalità della pena.
Chiarita la possibilità di rideterminare la pena, non solo attraverso i rimedi ordinari della cognizione, alle Sezioni unite tocca il compito di appianare i contrasti sui limiti dell’intervento. Il tutto nella consapevolezza che più si allarga il margine di manovra del giudice di cognizione più si restringe la “sacralità del giudicato”. Il primo semaforo rosso all’emendabilità scatta quando il giudice sia arrivato ad applicare una pena accessoria illegale facendo delle valutazioni, sia pur sbagliate. In tal caso, gli ordinari mezzi di impugnazione sono l’unica via per rimediare.
I giudici ricordano in proposito che la Corte costituzionale (sentenza 294 del 1995), pur sollecitata a porre riparo al problema degli errori di «tipo percettivo» che non potevano essere tollerati neppure in provvedimenti irrevocabili, aveva passato la parola al legislatore. La soluzione era stata l’introduzione dell’articolo 625-bis, che ha sì determinato una deroga al principio dell’intangibilità, limitando però la possibilità per il condannato di richiedere la correzione solo quando il giudice è palesemente incappato in una “svista”. Mentre l’errore di giudizio resta fuori dal raggio d’azione del rimedio straordinario. Un principio che i giudici considerano estensibile alla questione rimessa alla loro attenzione.
Altra condizione è l’assenza di discrezionalità nell’intervento del giudice dell’esecuzione in merito a specie e durata della pena accessoria. La conclusione è ricavabile dall’articolo 183 delle Disposizioni attuative del codice di rito, che consente al pm l’applicazione di una pena accessoria, non prevista in cognizione, purché sia «predeterminata dalla legge nella specie e nella durata».
Tra le pene accessorie emendabili rientrano ad esempio le previsioni dell’articolo 29 del Codice penale che ancorano in modo tassativo la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici a condanne inflitte per una pena principale non inferiore ai cinque anni. Scelta fatta anche sul contrasto nella definizione di legge «espressamente determinata»: c’è solo quando il legislatore ne fissa la durata. In tutti gli altri casi, quando è indicato un minimo o un massimo o solo uno dei due, si applica l’articolo 37 del Codice penale che la tara sulla pena principale. Anche qui è consentito l’intervento in esecuzione, perché è possibile stabilire la pena con certezza sulla base della principale, ad escluderlo è invece l’esistenza di una forbice.

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