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Pechino vara la riforma delle Ipo

Dopo un lungo sonno durato oltre un anno, la bella addormentata si è svegliata. A gennaio si riparte. La Borsa cinese ha trovato la sua riforma dell’Ipo (initial public offering) grazie alla bacchetta magica della China Securities Regulatory Commission (CSRC), lo stesso arcigno controllore che da mesi passa al setaccio decine e decine di aziende riluttanti e recalcitranti a fornire dati, rispettare i giusti percorsi verso la quotazione in Borsa, ad adeguarsi alla due diligence.
Insomma: stare nelle regole. Agenti di borsa, una ventina tra banchieri, impiegati e addetti ai lavori sono stati sanzionati penalmente per condotte scorrette: un punto dolente è sempre stato il versante del prezzo di collocamento dei titoli (e le relative speculazioni).
Così, quello che nel 2010 era un mercato che faceva scintille con un record di 71 miliardi di dollari di raccolta è piombato nel letargo. La CSRC ha smesso di esaminare le richieste per Shanghai e Shenzhen, la confidenza nei confronti dei mercati finanziari è scesa ai minimi temini. Ma, sulla spinta delle linee guida per le riforme appena varate dallo State Council, specie le sessanta tesi approvate il 15 novembre, la prima ad andare in porto è quella che proprio quella che riguarda il meccanismo delle quotazioni, bloccate dall’ottobre del 2012.
Ben 83 società sono già ai blocchi, in attesa dell’approvazione finale. Tra queste Shaanxi Coal&Chemical Industry Group Co. e China Postal Express&Logistics Co.. Circa 50 si pensa riusciranno a completare l’Ipo e ben 760 sono in coda da almeno un anno per essere sottoposte alla valutazione.
D’ora in poi la CRSC non dovrà più decidere se ammettere o no una società in Borsa ma dovrà comunque vagliare se ne ha le capacità e le caratteristiche. Un passo indietro non da poco. Le regole di Basilea, inoltre, diventano importanti anche in Cina, specie per capire la reale tenuta del sistema bancario che interagisce con la Borsa. Anche società straniere registrate in Cina potranno quotarsi. Saranno però vietate quotazioni speculative, tipo quelle viste troppe volte al ChiNext, il Nasdaq cinese, zeppo di società poco profittevoli e supervalutate.
In generale c’è bisogno di liquidità. Lo Shanghai Composite Index nel 2013 è sceso del 2,1 per cento e il CSI 300 Index del 3,3 per cento, le peggiori performance tra i 20 indici dell’area Asia Pacific. Dal 2008 la Cina a seguito del massiccio intervento di stimolo dell’economia ha anche assistito all’aumento del debito causato dalla crisi finanziaria.
La chiusura delle Ipo ha spinto molte aziende tra le braccia delle banche, o nel vortice dei bond e dei prodotti di wealth management, in pratica nel settore informale che pesa sempre di più nella finanza cinese.
Il debito delle aziende è cresciuto vertiginosamente, fino al 113% sul Pil nel 2012 e dell’86% a fine 2008. Le istituzioni non finanziarie sono spuntate come funghi a supplire alla mancanza della Borsa. Il boom del 42,5 di crescita in tre anni, a ottobre scorso il debito era di 51,2 trilioni di yuan, pari a 8,4 trilioni di dollari. I costi dei prestiti sono schizzati alle stelle, la Banca centrale è sembrata preoccupata solo di mantenere la stabilità. I repo a 7 giorni che testano la stabilità del sistema bancario sono cresciuti del 4,54 a maggio.
In queste condizioni la Cina che vuole aprirsi davvero all’economia di mercato non poteva rimanere senza Borsa.

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