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Pechino torna a sostenere i mercati

L’ossessione cinese è, ormai, quella di garantire la stabilità dei mercati, un esercizio particolarmente complicato per Pechino, le cui piazze finanziarie non possono vantare l’expertise di quelle occidentali.
Non solo ieri per la prima volta in cinque giorni fondi statali avrebbero rastrellato azioni dal mercato per tenere su le contrattazioni, in più le autorità cinesi hanno annunciato l’introduzione di una sorta di meccanismo per regolare gli eccessi di volatilità.
China Financial Futures Exchange in un documento emesso insieme allo Shanghai Stock Exchange e allo Shenzhen Stock Exchange, il meccanismo sarà legato all’indice Csi 300 che segue l’andamento delle azioni quotate su entrambe le piazze finanziarie. Quando l’indice registrerà variazioni superiori al 5%, sia al ribasso che al rialzo, le azioni verranno sospese momentaneamente. Quando invece le variazioni supereranno il 7%, allora il trading sarà sospeso per l’intera giornata. Basterà a tenere sotto controllo le turbolenze? Il Cffex è nato esattamente 9 anni fa proprio con questo scopo, ma evidentemente lo strumento non è servito a raggiungere, finora, lo scopo di tutelare il mercato dai picchi nelle quotazioni. D’altronde anche il sistema del delisting in Cina è un elemento poco noto. Addirittura appena quest’anno è stato introdotto il delisting volontario, quando cioè è la stessa società ad abbandonare l’arena per eccesso di ribasso.
Lo Shanghai composite ieri ha chiuso positivo a 2,92, Shenzhen a 3,83 proprio al termine di una giornata caratterizzata da una forte volatilità. Anche l’Hang Seng a Hong Kong è salito del 3 per cento.
Sul finale è intervenuta infatti la mano invisibile dello Stato che sta cercando di utilizzare tutti i mezzi possibili, inclusi i benefici fiscali per i profitti di chi non specula a breve sui titoli in Borsa.
Continua la strategia di intervenire con acquisti peraltro finanziati da fondi – gli ultimi in ordine di tempo sono stati conferiti dai broker – proprio quelli che avrebbero giocato un ruolo importante nelle speculazioni – costretti ad entrare nel capitale di China Securities Fund.
In tutto, il Governo stando a Goldman Sachs avrebbe speso 1,5 trilioni di yuan pari a 236 miliardi di dollari pur di sostenere il mercato durante questa estate torrida per le Borse. E non è finita, visto che le riserve in valuta si stanno assottigliando a ritmi velocissimi come hanno ammesso le stesse autorità della Banca centrale.
Per quanto le riserve siano ingenti, le continue manovre per calmare le acque stanno mettendo in difficoltà le autorità monetarie cinesi che hanno dovuto persino imporre alle banche commerciali di accantonare riserve congelate in valuta per il 20 per cento.
Oggi tuttavia non è stata una bella giornata per i fondamentali dell’economia cinese. La bilancia commerciale del Paese attraversa un periodo molto critico, le esportazioni sono in calo del 6,1% in agosto, -14,3% le importazioni.
Secondo i dati delle Dogane cinesi le esportazioni si sono ridotte infatti a 1.200 miliardi di yuan mentre le importazioni hanno registrato un calo del 14,3% a 836,1 miliardi. Si vorranno almeno sei mesi perché lo yuan debole possa riversarsi positivamente sulle esportazioni cinesi, nel frattempo la situazione è critica.
JP Morgan sostiene che la Cina non riuscirà di questo passo a reagire garantendo una crescita del 6% nel commercio, pesa molto il calo della domanda interna, delle commodities, delle commesse esterne.
In questo quadro non basta invocare una moneta meno forte che, su altri versanti, ha già iniziato a riversare i suoi effetti malefici. Anche la domanda interna per consumi rischia di rimanere al palo, proprio a causa della svalutazione.
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