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Pechino stringe sul debito locale

di Gianluca Di Donfrancesco

Pechino striglia i governi locali e fa outing sul debito che hanno accumulato. Alla fine del 2010, i conti delle province e delle città, svelati ieri per la prima volta, hanno raggiunto un rosso di 1.650 miliardi di dollari (10.720 miliardi di yuan), una somma pari al 27% del Pil. Meno di quanto ipotizzato da diverse banche internazionali negli ultimi mesi, ma comunque tale da portare il debito nazionale al 70% del Pil, secondo una stima di alcuni analisti, citata dal Financial Times ed elaborata tenendo conto anche dell'indebitamento del Governo centrale e delle sofferenze del sistema bancario. Su 2.800 amministrazioni provinciali, solo 54 hanno i conti in ordine.

L'indagine è stata eseguita su ordine diretto del premier Wen Jiabao, che a marzo aveva chiesto un monitoraggio delle finanze locali, preoccupato che la politica di spesa pubblica avviata nel 2008 per superare la crisi globale potesse lasciare in eredità troppi debiti insolvibili. In effetti, il disavanzo delle autonomie locali è esploso nel 2009, quando è cresciuto del 62%, per rallentare nel 2010 (+19%), grazie alle contromisure messe in atto da Pechino.

Sempre secondo l'indagine governativa, l'80% del debito delle autonomie territoriali è nelle mani delle banche e il 70% arriverà a scadenza entro cinque anni. Quello dell'indebitamento delle province in Cina è percepito dal mercato con uno rischi più seri per la tenuta del Paese. E il rosso, in realtà, potrebbe essere più consistente. All'inizio del mese, un report di Ubs stimava che il debito degli enti locali fosse pari al 30% del Pil e che potesse generare fino a 3mila miliardi di yuan di sofferenze. All'inizio dell'anno, era stata la stessa Banca centrale cinese a creare un certo scompiglio affermando che il debito degli enti locali era pari a poco meno del 30% di tutti i prestiti bancari emessi in Cina. Sulla base di questa stima, alcuni analisti avevano calcolato un buco complessivo di 14mila miliardi di yuan.

Con l'indagine pubblicata ieri, Pechino cerca di ridimensionare la questione. Ma al di là delle cifre, comunque alla portata per un Paese che vanta ritmi di crescita economica a due cifre, oltre 3mila miliardi di dollari di riserve valutarie e banche tra le più capitalizzate del mondo, ciò che preoccupa è la trasparenza delle operazioni.

In Cina, i governi locali non possono indebitarsi direttamente, quindi per finanziarsi in questi anni hanno messo in piedi una galassia di veicoli finanziari («piattaforme di finanziamento») difficile da controllare: sulle 6.576 entità operative pesano 4.970 miliardi di yuan di debiti, la metà del rosso complessivo. Non sempre i prestiti accesi da questi veicoli sono serviti a finanziare la costruzione di strade, ferrovie e delle infrastrutture di cui il Paese ha bisogno e il livello di corruzione delle amministrazioni decentrate autorizza più di un sospetto. La stessa indagine governativa denuncia che alcune province e città hanno usato i prestiti contratti da queste agenzie per investire in Borsa e nel mercato immobiliare.

L'indagine del Governo ha scoperto, inoltre, che 358 di questi veicoli finanziari hanno già acceso nuovi prestiti per far fronte ai debiti in scadenza e che 148 sono addirittura in default, con un tasso d'insolvenza del 16,4 per cento. «Le piattaforme di finanziamento di alcuni Governi – ha affermato Liu Jiay, il direttore dell'Ufficio audit cinese – sono irregolari e la loro capacità di rimborso è piuttosto debole». L'Ufficio audit è la struttura che ha condotto l'indagine. La ricetta proposta per porre un freno a un fenomeno che rischia di diventare destabilizzante è quella di vietare a questi veicoli finanziari di indebitarsi ulteriormente e al contrario di consentire alle autorità locali di emettere bond, in modo che siano direttamente responsabili dei propri debiti.

 

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