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Pechino riduce a sorpresa i tassi

La People’s Bank of China gioca d’anticipo sulla Banca centrale europea. Ieri, circa un’ora prima della riduzione dei tassi decisa dalla Bce, la Banca centrale cinese ha annunciato un taglio del costo del denaro.

Un taglio a sorpresa, non previsto da nessun analista, che arriva solo un mese dopo il ribasso deciso dalla Pboc ai primi di giugno per tentare di rilanciare un’economia zoppicante che sta crescendo al ritmo più basso dalla fine degli anni 90.

Anche questa volta, i timonieri della moneta cinese hanno scelto la politica dei piccoli passi, optando per una riduzione di un quarto di punto dei tassi d’interesse ufficiali: quelli sui prestiti sono scesi al 6% (il taglio effettivo è stato di 31 punti di base, in modo da allineare finalmente il tasso di sconto al numero pieno), mentre quelli sui depositi sono stati limati al 3 per cento.

Non solo. La Banca centrale cinese ha deciso anche di ampliare ulteriormente il corridoio di oscillazione dei tassi d’interesse passivi rispetto al saggio di sconto ufficiale: da oggi, i singoli sportelli potranno offrire linee di credito alla clientela a condizioni pari fino al 70% del benchmark. Ciò significa che i grandi prenditori di fondi con un ottimo merito di credito potranno indebitarsi anche al 4,2%; con ogni probabilità, però, nella migliore tradizione cinese, a godere di questo trattamento privilegiato saranno solo le aziende di Stato.

Il secondo taglio del costo del denaro nel giro di un mese aumenta le preoccupazioni sullo stato di salute dell’economia cinese. La storia della politica monetaria del Dragone, infatti, insegna che la People’s Bank of China si muove così aggressivamente solo quando il quadro congiunturale comincia a deteriorarsi seriamente. Come nel 2008 quando, per contrastare la crisi economico-finanziaria globale e sostenere la crescita, Pechino ritoccò al ribasso i tassi d’interesse per ben cinque volte nel giro di pochi mesi.

«La riduzione del costo del denaro è arrivata molto prima del previsto. Probabilmente la Pboc è intervenuta perché i dati macroeconomici di giugno sono ancora deboli. Può darsi anche che questa mossa sia frutto di un coordinamento con le altre banche centrali» osserva Guo Lei, analista di Zheshang Securities, facendo riferimento al doppio taglio dei tassi deciso ieri sera dalla Banca centrale europea e dalla Bank of England.

«Il fatto che la Pboc abbia deciso di ridurre ancora il costo del denaro, anziché utilizzare uno strumento meno aggressivo come il taglio della riserva obbligatoria, dimostra che l’economia cinese sta andando peggio del previsto e che il Governo è preoccupato» avverte un banchiere occidentale. Prima di agire direttamente sul costo del denaro, infatti, Pechino aveva ridotto la riserva obbligatoria di 50 punti base tre volte in cinque mesi (lo scorso novembre, al termine della lunga battaglia ingaggiata dal Governo contro l’inflazione, aveva raggiunto il 21,5%, il picco massimo di tutti i tempi).

Comunque, per sapere quale sia la reale evoluzione della congiuntura cinese, non bisognerà attendere a lungo: alla fine della settimana prossima Pechino annuncerà i dati macroeconomici di giugno e l’andamento del prodotto interno lordo nel secondo trimestre 2012.

La maggior parte degli analisti prevede che tra aprile e giugno il Pil del Dragone abbia registrato una crescita anno su anno del 7,6%: di questi tempi, una performance da sogno per qualsiasi altro Paese del mondo. Ma per la Cina, abituata ormai da due decenni a svilupparsi a tassi a due cifre, si tratterebbe del ritmo di espansione trimestrale più basso dalla grande crisi globale del 2008.

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