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Pechino prova a frenare la “fabbrica del debito”. Ma la Borsa va ancora giù

Per la prima volta nella storia, la Cina del piccolo risparmiatore comunista subisce l’ansia occidentale del rampante investitore capitalista. La nuova classe media metropolitana, ingolosita da titoli di Borsa cresciuti del 300% in otto mesi, assieme all’ebbrezza di guadagni senza fatica e senza precedenti, scopre improvvisamente il panico di perdere anche il denaro che non ha mai posseduto. Non solo il mercato rivela di essere più forte dello Stato, ma conferma di essere se possibile anche più spietato. Per mesi, grazie alle rassicurazioni della propaganda rossa, oltre 90 milioni di traders hanno puntato sui listini i soldi ottenuti in prestito dalle banche sotto il controllo pubblico: in queste ore, per limitare il crack, sono costretti a vendere, disobbedendo agli ordini delle stesse autorità e moltiplicando l’effetto-fuga proprio su richiesta dei creditori di Stato. Questa “fabbrica del debito” è il cortocircuito del cocktail tra Mao e Keynes, innescato dal mostro del giovane libero mercato agli ordini del vecchio Stato autoritario, per il quale gli interessi privati finiscono dove cominciano gli affari pubblici, che corrispondono alla stabilità della leadership di partito.
La Cina del miracolo finanziario conferma così in queste ore di essere un colossale casinò politico fuori controllo, messo in piedi dalle autorità decise ad alimentare il «sogno cinese» del presidente Xi Jinping. La libertà è stata barattata con i soldi, i sacrifici per le riforme annunciate, con i benefici di consumi interni sempre più ricchi: se l’illusione finisce e la ricompensa scompare, la minaccia economica promette di trasformarsi in rivolta contro il potere. L’instabilità è lo spettro che le Borse cinesi esibiscono oggi a un Paese sotto shock e al resto del mondo, atterrito dalla prospettiva di un atterraggio duro della super-potenza che continua a rappresentare il 38% della crescita globale. Dopo il crollo record di lunedì, il secondo in meno di un mese, ieri i mercati del Dragone hanno limitato in extremis le perdite. Shanghai ha ceduto l’1,68%, Shenzhen l’1,41%, ma al termine di un’altra giornata da brivido, aperta con indici scesi sotto il 5%. Tiene invece il resto dell’Asia-Pacifico, a conferma che lo scoppio della bolla ha come epicentro il gigante cinese.
Il segnale è che in Cina l’estate torrida dei mercati non è finita. Ancora una volta la caduta è stata frenata dall’intervento massiccio e tardivo dello Stato, che si è messo a fare incetta di titoli e a promettere ulteriori finanziamenti a sostegno di banche, imprese e amministrazioni locali, esauste non meno dei listini. Quando un crollo-bis sembrava inevitabile, Pechino ha fatto scendere in campo anche i pesi massimi. La banca centrale ha assicurato «flessibilità», una «politica monetaria prudente» e «adeguati livelli di liquidità» per scongiurare che s’infiammi anche l’inflazione. La commissione di Stato che sorveglia i mercati azionari ha annunciato l’apertura di un’inchiesta contro nove società quotate, contro decine di agenzie d’intermediazione finanziaria e di aziende che gestiscono il trading online. La commissione nazionale per lo sviluppo e le riforme ha confermato infine altri 8 miliardi di euro per sostenere una crescita del Pil 2015 prossima al 7%, continuando ad acquistare le azioni a debito vendute dagli investitori. La Borsa di Shanghai, rispetto ad un anno fa, continua a guadagnare più del 60%: dal 3 luglio ha bruciato però oltre un quinto del valore e per la Cina il problema adesso è scendere da un toro imbizzarrito senza rompere le ossa a se stessa e agli investitori stranieri. Casi estremi, come quello di aziende con i conti in rosso che hanno visto crescere il proprio titolo dell’800% in un anno, fino a valere 16 volte più del patrimonio netto, accreditano la speranza di una bolla finanziaria fisiologica e circoscritta, che scuote mercati interni sotto tutela e sotto inchiesta, ma ancora in positivo.
I dati economici ritraggono invece un quadro assai più cupo, con una Cina impegnata a lottare contro la “tempesta perfetta”, paralizzata da una somma di crisi dopo trent’anni di boom leggendario: crollo dell’immobiliare, con il 23% di invenduto, inedita contrazione dei consumi interni e dell’export, indebitamento delle imprese private esploso dal 98% al 155%, “banche ombra” più potenti dei colossi di Stato e febbre finanziaria alimentata da crediti che hanno superato il 70% degli investimenti. Ai problemi interni si aggiungono quelli esterni, con una comunità internazionale sempre più scettica sui dati economici ufficiali di Pechino e sempre più critica per le mire egemoniche cinesi, dalle infrastrutture per la ricostruita “Via della Seta” alla nuova banca anti Fmi, con sede proprio a Shanghai.
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