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Pechino non spaventa, Borse in rialzo

Orfani di Wall Street (chiusa per il Labour Day) i mercati finanziari hanno proceduto a fari spenti. Le Borse europee hanno archiviato un mini-rimbalzo (+0,5%) dopo l’ultimo venerdì nero (-2,4%) prendendo le distanze dal ribasso della Borsa di Shanghai (-2,5%).
Il Pil della Cina per il 2014 è stato rivisto al ribasso (+7,3% dal precedente 7,4%). Il mercato cinese non si è entusiasmato dinanzi alle dichiarazioni della People’S Bank of China del week end, dicendosi pronta a ulteriori interventi e convinta allo stesso tempo che l’economia sta dando segnali di stabilizzazione.
Tra le Borse europee Francoforte e Milano hanno registrato la migliore performance (+0,7%); anche le altre hanno terminato gli scambi molto vicine, con un guadagno intorno al mezzo punto percentuale. Sui listini europei è andato bene il comparto delle materie prime (+1,4%) in seguito all’ottima performance della svizzera Glencore (+7%) che ha annunciato che procederà a ridurre il debito attraverso una corposa cessione di asset. I mercati hanno anche archiviato il dato sulla produzione industriale in Germania a luglio. È?tornata a crescere (+0,7%) rispetto al rispetto di giugno. Ma è aumentata meno delle attese (+1,1%).
A Milano si è messa in evidenza Enel dopo che l’ad Francesco Starace ha detto che il dividendo del 2016 potrebbe essere più alto rispetto alle ultime previsioni.
Sul mercato valutario l’euro è rimasto pressoché stabile sul dollaro a quota 1,115 mentre sono proseguite le vendite sulle valute dei Paesi emergenti che da tempo stanno scontando un prossimo rialzo dei tassi negli Usa, una conseguente ulteriore rivalutazione del dollaro con impatto negativo sui prezzi delle materie prime e, ovviamente, sul debito reale in dollari che le aree emergenti hanno accumulato nell’ultimo decennio di tassi bassi (è stimato un ammontare di circa 9mila miliardi di debito in dollari).
Il ringgit malese ha aggiornato i minimi degli ultimi 15 anni arrivando a perdere il 24% da inizio anno nei confronti del dollaro. Viaggia sui minimi del 2002 il real brasiliano che guida la classifica dei ribassi (-44% sul dollaro da gennaio). Mentre per trovare gli stessi valori attuali della rupia indiana bisogna tornare al 1998. Vendite anche sulla rupia indiana che ha ritoccato i livelli più bassi degli ultimi due anni. È il segnale che è in corso una fuga di capitali dai Paesi emergenti, complice il tentativo degli Stati Uniti di normalizzare la politica monetaria. Ne sapremo di più fra 9 giorni quando la Federal Reserve si pronuncerà sui tassi. A questo punto tra gli analisti – considerato che l’inflazione core (depurata per gli effetti delle materie prime) negli Usa viaggia all’1,8% e quindi non ancora nell’orbita del 2% fissato come obiettivo – ipotizzano che la Fed possa rimandare la stretta a dicembre, quando ci si augura che dalla Cina arrivino segnali di distensione. Ma nulla è escluso. Settembre potrebbe anche essere la data del primo e a questo punto storico (perché non accade da 10 anni) rialzo dei tassi negli Usa.
Prosegue intanto nel suo limbo il mercato obbligazionario europeo, ovattato dagli acquisti della Banca centrale europea e da dati macro che evidenziano una ripresa in corso, seppur fragile e minacciata da un possibile ritorno della deflazione nei prossimi mesi. Il rendimento del decennale italiano è stato fissato all’1,89%, due punti base in più rispetto alla vigilia e lo spread con il Bund è salito di un punto a quota 120.
Oggi riaprirà Wall Street e aumenteranno certamente i volumi. Focus sui dati macro. Dal Giappone e dall’Eurozona arriva il dato finale del Pil del secondo trimestre annualizzato. Numeri da tenere d’occhio, dato che le due aree stanno mettendo in atto un forte stimolo per far riprendere le rispettive economie. Sia la Bank of Japan che la Banca centrale europea stanno “stampando moneta”, ovvero acquistando titoli sui mercati aperti per immettere nuova liquidità nel sistema economico. I risultati però al momento sono in chiaroscuro. Almeno a giudicare dall’inflazione: 0,2% sia nell’area euro che in Giappone, lontanissima quindi dall’obiettivo di avvicinarla al 2%.

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