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Qui Pechino. L’ex banchiere che sussurra ai potenti

Hanno comprato Pirelli in Italia, Syngenta in Svizzera, interi quartieri di Londra; vogliono costruire la nuova Via della Seta finanziando ferrovie, autostrade e porti in Eurasia. Le aziende di Pechino nei primi quattro mesi del 2016 hanno speso all’estero 112 miliardi di dollari in acquisizioni, battendo già il record di 111 miliardi dell’intero 2015. Dalla crisi finanziaria del 2008 a oggi la Repubblica popolare ha contato per quasi il 50% della crescita mondiale. Eppure i pianificatori statali e gli imprenditori privati e pubblici della Cina sono percepiti come «i malintenzionati» del sistema economico globalizzato e per questo vengono spesso respinti. È un problema che Sameh El-Shahat definisce «il rischio sociale».

Licenza sociale

Un personaggio speciale Sameh El-Shahat, 47 anni, nato in Egitto, cittadino britannico, ex investment banker di Ubs e oggi a capo di China-i, agenzia di risk management con uffici a Pechino, Londra, Cairo, Verona. È sbarcato a Pechino nel 2007 e da allora è diventato un’eminenza grigia della comunicazione: tutte le aziende Fortune-500 della Cina ascoltano i suoi consigli, anche il governo lo invita a tenere seminari per i suoi quadri. «Sì, Pechino ha un deficit nella comunicazione, che non è all’altezza della sua potenza economica e questo non è solo un danno per gli affari dei cinesi, ma anche per gli altri Paesi in rapporti con la Cina», dice a Corriere Economia El-Shahat.

«I soldi da soli non bastano, i cinesi hanno costruito grandi opere nel mondo, dighe, centrali elettriche, ferrovie, stadi, ma la loro popolarità all’estero è bassa perché la loro comunicazione non è mirata sulla gente, le imprese parlano con chi è già convinto, con i governi che hanno concesso la licenza. Così manca la “licenza sociale” e questo porta al “rischio sociale” che può far saltare i progetti».

Il sospetto di fondo sugli scopi geopolitici e commerciali dei cinesi è un dato di fatto. «C’è perché quella cinese è una cultura che non capiamo, non la conosciamo siccome i cinesi non sono stati colonialisti, sono nuovi sulla scena mondiale e ci spaventano» dice El-Shahat, ma subito ammette di non essere neutrale: «Io non sto seduto nel mezzo, io sto dalla parte cinese della barricata». Però ai leader d’azienda e ai grandi burocrati di Pechino, questo spin-doctor è pronto a dire verità scomode: «Nel mio lavoro c’è solo un 20% di pr, noi vogliamo creare canali di comunicazione e di convivenza sostenibile. Non accetto di fare consulenza mordi e fuggi, lavoro alla radice, niente interventi cosmetici ma chirurgici, un melanoma si può coprire solo per qualche settimana con il make-up, poi il malato muore».

I valori

Alto, atletico, con un cesto di capelli afro, parla anche un ottimo italiano. Sorride: «Con suocera e moglie italiana era più sicuro impararlo» (è sposato con Violante di Canossa, ex economista di Credit Suisse e ora consulente a Shanghai). È convinto che gli italiani siano molto più vicini alla mentalità cinese di inglesi e americani: «Pensi ai valori della famiglia, all’importanza di non perdere la faccia, alla propensione a far durare i negoziati a lungo, l’Italia con i suoi brand e la sua cultura può fare cose enormi qui».

L’intervento più noto di China-i per soccorrere un progetto industriale di Pechino all’estero è stato in Myanmar. Wanbao Mining, gruppo statale cinese, aveva ottenuto dal governo birmano i diritti per una grande miniera di rame. «I manager non avevano considerato il sentimento anti-cinese della popolazione locale, le proteste della gente bloccarono tutto». Un caso classico di «rischio sociale», dice El-Shahat. A inizio 2013 consigliò a Wanbao Mining di andare alla radice della crisi: da Pechino l’azienda spedì in Myanmar i suoi dirigenti che «andarono non dal governo, ma porta a porta a parlare con la gente, a costituire un rapporto basato sulla promessa che anche loro erano parte del progetto e per questo la loro opinione contava». I cinesi costruirono scuole e ambulatori per gli abitanti del posto e pagarono indennizzi ai contadini che avrebbero perso la terra per far posto alla miniera. «Il rischio sociale fu disinnescato e Wanbao ebbe di nuovo la licenza: un progetto basato sulla partnership, non sulla filantropia, questa è comunicazione strategica».

Il presidente

El-Shahat fa consulenza anche per i dirigenti politici, dice che «in Cina non si può fare niente senza il governo». Conosce il presidente Xi Jinping ed è convinto che la sua idea di «Sogno cinese» sia stata «un colpo da maestro del marketing, il segno che è arrivato il momento di vendere una narrativa cinese nel mondo». Gli chiediamo perché Xi sia così inaccessibile per la stampa e se la cava spiegando che ogni sistema ha le sue consuetudini: El-Shahat non è neutrale, lo ha già premesso.

Per ora il suo messaggio di «uomo del popolo» Xi lo costruisce con frequenti apparizioni in villaggi di campagna, indossando sempre lo stesso giubbottino blu, si è avventurato anche in un’osteria dove ha mangiato piatti da pochi soldi tra pechinesi normali (presumibilmente ben controllati dai servizi segreti). E poi ha sorprendentemente dato il via libera a una serie di video a cartoni animati che lo presentano come un eroe dei fumetti. Li produce lo Studio Fuxing di Pechino, che si avvale di consulenze esterne. Tra queste anche quella di China-i di El-Shahat.

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