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Pechino: la nuova alba del grande mercato rosso

Atterraggio «duro». «No, sarà morbido». Anzi: «Nessun atterraggio, il Pil continua a volare». «Però c’è il problema del surriscaldamento». Sono i giudizi che si rincorrono e spesso si sovrappongono sullo stato dell’economia cinese, come ammette con onestà Anoop Singh, direttore del Dipartimento Asia del Fondo monetario internazionale. Di sicuro, dopo tre decenni di crescita del Prodotto interno lordo a una media del 10% l’anno, il 2013 è sceso al 7,6%. Il modello che ha permesso alla Cina di salire al secondo posto nel mondo tra i Paesi industrializzati non regge più. E la leadership di Pechino lo sa. Subito dopo la nomina, a marzo, il premier Li Keqiang, 58 anni, laurea in legge e master in economia, ha detto che il nuovo obiettivo è «meno quantità e più qualità»: significa raddoppiare il reddito medio dei cinesi entro il 2020.
In 35 anni di «mercato con caratteristiche cinesi» il reddito disponibile pro capite di chi lavora in città è salito dai 343 yuan l’anno (40 euro) del 1978 ai 24.565 yuan (3mila euro) del 2012. I contadini, partiti da 16 euro, sono arrivati a circa 1.000 euro netti. «Qualità» della crescita sarebbe colmare questa diseguaglianza sociale causata dall’industrializzazione forzata della Repubblica popolare, mantenendo la stabilità. Perché il patto non scritto tra i nuovi mandarini e il popolo cinese è: noi vi garantiamo benessere, in cambio il partito comunista governerà per sempre.
Insomma, a questo punto serve una riforma strutturale. Lo ha confermato il presidente Xi Jinping, 60 anni, dicendo che «la Cina non cadrà nella trappola del medio reddito», la temuta espressione che descrive i Paesi emergenti le cui economie si impantanano nella stagnazione quando il reddito pro-capite raggiunge un livello medio. Quello cinese è a 6.188 dollari, il valore critico.
Per questo dal 9 al 12 novembre è stato convocato il Terzo Plenum del 18° Comitato centrale del partito comunista. Terzo significa che è la terza volta che i 376 dignitari al vertice del partito-Stato sono in seduta plenaria da quando c’è stato il ricambio decennale delle cariche, a novembre del 2012.
Le parole
«Terzo Plenum» è un’espressione mitica nella liturgia cinese: è dedicato alle riforme. È stato così con l’apertura al mercato voluta da Deng Xiaoping nel 1978. E la formula si è ripetuta nel 1993 quando fu delineata «l’economia socialista di mercato» e nel 1998, quando si gettarono le basi che portarono nel 2001 la Cina nel Wto (World Trade Organization).
Xi Jinping ha fatto diffondere parole come «riforma omnicomprensiva» e progetto «senza precedenti». Il think tank economico del governo ha elaborato il «Rapporto 383»: un numero magico che significa 3 riforme per aprire di più il mercato, trasformare il governo, spingere le industrie all’innovazione; 8 aree di intervento che vanno dalla riduzione delle approvazioni burocratiche per fare impresa, alla riforma della terra, liberalizzazione del sistema bancario, dei tassi d’interesse, del tasso di cambio dello yuan, riforma fiscale, riduzione delle imprese statali a favore della concorrenza. Tutto per raggiungere 3 obiettivi chiave: abbattere le barriere del mercato per attrarre investimenti sani; introdurre un sistema di sicurezza sociale; consentire la vendita della terra di proprietà collettiva, che ora è controllata in modo arbitrario e selvaggio dai funzionari locali. È evidente che, anche con la volontà politica, ci vorranno molti anni. E ci saranno moltissime resistenze.
I protagonisti
Dietro questo piano si intravede la mano di tre uomini. Zhou Xiaochuan, 65 anni, governatore della Banca centrale: doveva andare in pensione nel 2012, ma Xi e Li lo hanno tenuto al suo posto, gli hanno affidato un altro mandato di cinque anni definendolo «un talento su cui si può contare».
Zhou crede in un’economia più orientata sui consumi interni, in cui la gente abbia più soldi da spendere e i crediti siano concessi alle imprese private più che a quelle pubbliche. Il banchiere centrale pensa che sia l’ora di fare meno affidamento sulle esportazioni, che soffrono (e sconteranno sempre di più) la concorrenza di Paesi in via di sviluppo dove i costi del lavoro sono inferiori. Un anticonformista il governatore Zhou, lo dimostrano anche i capelli grigi e non «asfaltati» di nero come la maggior parte degli anziani apparatchik di Pechino.
Ha i capelli grigi anche Liu He, 62 anni. Un economista che ha lavorato nell’ombra. Xi Jinping lo ha presentato a maggio agli inviati della Casa Bianca dicendo: «Questo è Liu He, è molto importante per me». È un pragmatico taciturno, ma sa scrivere: «Ci serve un partito di governo, non un partito rivoluzionario», ha messo in una relazione, riferendosi alla storia del comunismo maoista che ha sempre perseguito la pianificazione centralizzata e la mobilitazione di contadini e studenti. Potrebbe essere lui il padre del «Rapporto 383».
Il terzo uomo chiave è Wang Qishan, 65 anni, membro del Politburo e capo della Commissione disciplinare del partito. Xi Jinping ha rilanciato la campagna anti-corruzione e Wang la applica. Serve a dare forza morale alla nuova leadership. Wang è famoso per una frase: «Il principio fondamentale dell’economia di mercato è che i vincitori vincono e i perdenti perdono».
La «formula 383» sembra chiara: più mercato e meno Stato. Il Terzo Plenum si chiude domani. In passato l’agenzia Xinhua ha sempre diffuso lunghissimi comunicati, decifrati dai «pechinologi» solo nel corso dei mesi, se non degli anni.

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