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Pechino frena il crollo di Borsa più liquidità, lotta agli speculatori

La grande caduta si è fermata, ma ora l’incubo è che lo stop sia il preludio al crollo finale, solo rinviato. L’intervento del governo di Pechino ieri però ha funzionato: le Borse cinesi, dopo il calo più massiccio del decennio, hanno segnato la ripresa giornaliera più forte dal 2009. Shanghai ha rimbalzato al più 5,8%, Shenzhen al più 4,25, Hong Kong al più 3,7%. In rialzo anche Tokyo: i mercati giapponesi, dopo un picco negativo a meno 3,2%, sono risaliti al più 0,6%.
Ha smesso di grandinare, ma il cielo della finanza asiatica non è tornato sereno. Gli scambi restano segnati da «una forte volatilità e da una elevata instabilità »: solo questa sera, alla chiusura delle contrattazioni, sarà possibile fare un primo bilancio della settimana nera per le Borse della seconda economia mondiale. A frenare la discesa cinese, che dal 12 giugno ha bruciato oltre 3500 miliardi di dollari dopo la crescita record del 150% in un anno, è stato l’intervento-shock delle autorità comuniste. La Banca centrale di Pechino ha confermato che continuerà a fornire «ampia liquidità» agli istituti che concedono prestiti agli investitori. Il governo ha annunciato l’apertura di un’inchiesta sulle «vendite criminali» allo scoperto dei titoli azionari, assicurando che «le operazioni che violano le leggi e i regolamenti saranno punite severamente». Il vice ministro per la pubblica sicurezza Meng Qingfeng, fedelissimo del presidente Xi Jinping, ha guidato personalmente un’ispezione alla «China Securities Regulatory Commission», istituto addetto alla vigilanza finanziaria, nell’occhio del ciclone per i tonfi dell’ultimo mese. Il messaggio ai mercati è che alla cassa generosa corrisponde il pugno di ferro, ma la realtà è che un bilancio dell’annunciato scoppio della super-bolla cinese resta prematuro. In meno di quattro settimane Shanghai e Shenzhen hanno perso oltre il 30%, un colosso come Hong Kong è arrivato a bruciare il 5,84% in un giorno: solo misure straordinarie e a termine hanno impedito ieri un bis del tonfo. Oltre 1400 dei 2776 titoli delle piazze cinesi, più del 50%, sono rimasti sospesi per il timore che il panico dei piccoli investitori innescasse l’ennesimo sell-off di massa.
Pechino è stata poi costretta a confermare il divieto semestrale di vendite per i grandi azionisti, che detengono oltre il 5% delle azioni di un titolo, e per gli amministratori delegati delle società quotate. Quello rimbalzato ieri è dunque un mercato sotto inchiesta e sotto tutela, minato in profondità dalla bolla immobiliare e dalla debolezza dei titoli tecnologici, ma soprattutto dalla difficoltà della scommessa dei vertici rossi. La Cina non è la Grecia e nemmeno gli Usa del 1929, l’Fmi invita a non sottovalutare «i suoi fondamentali economici»: non mancano i liquidi di Stato per sostenere le giovani Borse nazionali, ma sboom interno e allarme-contagio in Asia restano alimentati dagli ostacoli strutturali che rallentano uno storico cambio di modello economico. Dietro il crollo di mercoledì ci sono la debolezza di centinaia di milioni di speculatori improvvisati, ma pure migliaia di fabbriche tecnologicamente superate, costi del lavoro che esplodono, consumi interni che non decollano, multinazionali straniere in fuga, export in crisi e crescita del Pil in frenata sotto il 7%. I dati accreditano un’accelerazione dell’inflazione (più 1,4% in giugno) e il 39° calo consecutivo dei costi di produzione (meno 4,8%), ma il passaggio da fabbrica del mondo a super-potenza globale del terziario avanzato rimane incerto e minacciato anche dalle crescenti tensioni nel Pacifico. Per la prima volta è una Cina scossa dall’incertezza, economica e politica, ad alimentare le montagne russe delle Borse interne e internazionali. E’ il conto, salatissimo, che il mercato presenta alla crescita di Stato: l’ossigeno di ieri non scrive la parola fine, la cura dimagrante cinese è solo all’inizio, Europa e Usa devono prepararsi a uno scenario asiaticototalmente nuovo.
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