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Con Pechino conti in profondo rosso

Un partner ingombrante, che anno dopo anno aumenta il suo peso, con la conseguente necessità di gestire tutte le criticità che il rapporto comporta. Ieri il Parlamento europeo, votando contro il riconoscimento dello status di economia di mercato per la Cina, ha mosso un passo fondamentale sul piano inclinato (e sempre più scivoloso) della politica commerciale con Pechino. Ma a prescindere dall’evoluzione del dibattito sul Mes (Market economic status), il confronto con Pechino resta ineludibile, con un’Europa e un ’Italia in costante situazione di debolezza, come conferma, tra le altre cose, la forte sofferenza della bilancia commerciale italiana.
I numeri dell’Istat, elaborati dal Mise, mostrano un forte sbilanciamento della bilancia commerciale negli ultimi mesi: lo spread, dopo una lieve flessione nel biennio 2013-14, nell’ultimo anno è tornato ad appesantirsi, raggiungendo i 17,7 miliardi. A fronte di un export italiano di 10,4 miliardi, l’anno scorso sono entrati in Italia 28,158 miliardi di euro di merci, il 12,3% in più rispetto all’anno precedente. E nel primo trimestre l’import, pur se in flessione del 3,8% rispetto al corrispondente periodo dell’anno scorso, ha superato i 7 miliardi.
La stragrande maggioranza di questa massa riguarda prodotti della filiera del tessile-abbigliamento, pari ad oltre 6,6 miliardi in valore (pari a quasi 4 volte il valore dell’esportato), in aumento del 7,4% sull’anno precedente. Seguono i computer e l’elettronica in generale (+4,8%), gli apparecchi elettrici (3,3 miliardi, +17,9%) e la metallurgia (oltre 3 miliardi), cresciuta del 24,6% in un solo anno. Secondo uno studio dell’Epi (Economic policy institute), i posti a rischio in Italia, in caso di via libera al Mes per la Cina, sarebbero tra i 200mila e i 400mila.
È un’onda d’urto alla quale molti settori resistono perché tutelati da dazi. Strumenti che, se la Cina dovesse ottenere il Mes, sarebbe molto più difficile mantenere. I produttori di biciclette europei, per esempio, resistono grazie alle barriere antidumping contro la Cina. «L’Europa, che si è difesa dalla concorrenza sleale, è ancora viva – spiega Piero Nigrelli, direttore del settore ciclo di Confindustria Ancma –, gli altri non esistono più, come Usa e Giappone». Nigrelli ha espresso apprezzamento per la decisione dell’europarlamento: «Permettere alla Cina – ha aggiunto – che adotti sovvenzioni in maniera discriminata» invadendo poi il mercato europeo con prodotti a basso prezzo, «annulla ogni possibilità di competizione».
Un altro comparto a rischio è l’acciaio. Il mercato siderurgico vive una situazione di sovraproduzione mondiale e la Cina sta invadendo i mercati europei con i suoi prodotti «Il voto di Strasburgo – spiega Antonio Gozzi, presidente di Federacciai – è importante, ora si tratta di vedere che orientamento assumerà la Commissione». Le aspettative sono mediamente favorevoli: «Negli ultimi mesi – aggiunge – da Bruxelles abbiamo ricevuto segnali positivi». Il leader di Federacciai sottolinea che non si tratta di «posizioni protezionistiche: siamo tutti uomini di mercato, consapevoli dell’importanza dell’interscambio commerciale con la Cina. Vendere in dumping, però, non è consentito dalle regole, questo deve essere chiaro».
Anche nel settore della carta , come ricorda Assocarta, la Cina dispone di immense capacità produttive che minacciano il comparto, in particolare quello grafico e delle carte patinate senza legno. «Tra il 2007 e il 2015 – spiega il vicepresidente di Assocarta, Paolo Mattei –, il mercato europeo di questi prodotti si è ridimensionato, passando da 7,3 a 4,8 milioni di tonnellate, e il 20% di questa riduzione si è concentrato in Italia. E questo nonostante i dazi Ue antidumping, in vigore da maggio 2011 e ormai in scadenza». Mattei ha espresso ieri soddisfazione per la decisione di Strasburgo: «Il settore cartario italiano è a favore della libertà di mercato – ha detto –, purché si combatta ad armi pari».
Soddisfatto della presa di posizione dell’europarlamento anche Claudio Andrea Gemme, presidente di Anie, l’associazione di Confindustria che raggruppa le aziende dell’elettronica. «È un tema di concorrenza – spiega –: le industrie cinesi operano in un contesto di profonda deregulation rispetto all’impianto normativo che ci siamo dati in Europa Le nostre aziende sostengono costi più alti, e nonostante questo riescono a garantire un’incidenza di almeno il 4% sui costi di ricerca e sviluppo rispetto al fatturato. Il Mes alla Cina – conclude – pregiudicherebbe la competitività delle nostre aziende su tutti i mercati, per non parlare delle conseguenze occupazionali».

Matteo Meneghello

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