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Pechino alza ancora i tassi

di Luca Vinciguerra

Terrorizzata dallo spettro dell'inflazione, la Cina corre ai ripari tirando i cordoni del credito. Ieri la People's Bank of China ha alzato il costo del denaro di 25 punti base: i tassi di interesse sui prestiti bancari sono saliti al 6,06%, mentre quelli sui depositi sono lievitati al 3 per cento. La stretta monetaria, la terza da ottobre e la seconda nel giro di sole sei settimane, entrerà subito in vigore.

Oggi come allora, il motivo che ha spinto Pechino a stringere i rubinetti della liquidità è il medesimo: nel circuito virtuoso dell'economia, che continua a crescere a tassi stellari, circola troppa moneta. Per tre ragioni. Perché la domanda aggregata tira forte, come dimostrano i dati sulle vendite di auto, sugli investimenti e, con buona pace del Governo che teme lo scoppio di una bolla speculativa, sulle transazioni immobiliari.

Perché le banche, nonostante i ripetuti interventi (anche di moral suasion) operati da un anno a questa parte dalla Pboc per arginare la crescita della base monetaria, continuano a erogare credito a più non posso, utilizzando mille sotterfugi per eludere i controlli delle autorità di vigilanza.

E anche perché le colossali riserve valutarie che il paese continua ad accumulare senza soste – 2.850 miliardi di dollari a fine 2010 – creano altra liquidità supplementare dentro il sistema: per tenere sotto controllo il cambio dello yuan, infatti, la banca centrale deve battere moneta domestica a più non posso per assorbire i copiosi introiti di dollari e di euro generati dalle esportazioni di prodotti made in China.

Se a ciò si aggiunge che, dall'autunno scorso in poi, i prezzi dei generi alimentari sono aumentati a ritmo sostenuto, è facile intuire quale sia il risultato finale: l'inflazione galoppa. Ha galoppato sempre più forte a ottobre e novembre. Ha rallentato leggermente la corsa a dicembre. Ma ora, avvertono gli analisti, è pronta ad accelerare nuovamente: secondo le stime, durante il 2011 l'indice dei prezzi al consumo potrebbe arrivare a crescere anche del 6 per cento.

Per il Governo cinese è uno scenario da brivido. Pechino, memore della brutta esperienza dell'inverno 2008, quando un repentino e violento rincaro del costo della vita surriscaldò per diverse settimane gli animi nel paese, teme che una fiammata inflazionistica possa innescare tensioni sociali.

Così, per evitare che la storia si ripeta, la nomenklatura ha deciso di giocare d'anticipo. Usando tutte le armi a sua disposizione. Per ridurre progressivamente i margini di manovra delle banche, diventate troppo "generose" a seguito della politica monetaria ultra-espansiva varata due anni fa per contrastare la crisi economico-finanziaria internazionale, la Pboc ha aumentato la riserva obbligatoria per ben sette volte nel giro di un anno.

Ciononostante, dicono gli esperti, a gennaio l'inflazione potrebbe aver dato un altro preoccupante colpo di reni (il dato sarà reso noto la settimana prossima, ma gli analisti prevedono una crescita dei prezzi superiore al 5%). Ecco perché la prima stretta monetaria dell'Anno del Coniglio che è appena cominciato rischia di essere la prima di una lunga serie.
 

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