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Pc in quarantena non giustifica omissioni

Il computer in quarantena non è una buona ragione per non controllare la posta elettronica certificata. Lo conferma a chiare lettere la prima sezione civile della Suprema corte di cassazione, nella sentenza 14675/2018 del 6 giugno, chiamata per dirimere una lite tra una società in rosso e il curatore del fallimento. Il motivo della querelle verteva su un fatto decisivo e curioso: la mancata comunicazione dell’udienza per «problemi tecnici». In particolare la società reclamava un motivo di doglianza, in cui «l’avviso del rinvio della prima udienza non era stato comunicato al difensore dell’appellante», si legge nel dispositivo di legge pubblicato, «il quale non aveva avuto notizia neppure del differimento d’ufficio della seconda udienza, spedito per via telematica, perché all’atto della spedizione il suo computer era in riparazione». Ma i giudici della Corte suprema, riallacciando i fili delle sequenze cronologiche delle udienze e dei fatti intercorsi, hanno respinto in toto le motivazioni. Questo perché «la comunicazione relativa a tale ultima udienza, fu ritualmente effettuata a mezzo posta elettronica certificata al difensore dell’appellante», spiegano i porporati di piazza Cavour, «come risulta dalla ricevuta telematica di avvenuta consegna presente in atti. Ora, una volta che il sistema genera la ricevuta di accettazione e di consegna del messaggio nella casella del destinatario», chiosano i giudici in punto di diritto, «si determina, analogamente a quanto avviene per le dichiarazioni negoziali ai sensi dell’ art. 1335 cod. civ., una presunzione di conoscenza da parte dello stesso». Da qui le specifiche sulla gestione della Pec e dell’utente chiamato in causa, definito «responsabile della gestione della propria utenza, e ha l’ onere non solo di dotarsi degli strumenti necessari per decodificare, o leggere i messaggi inviatigli, non potendo la funzionalità dell’attività del notificante essere rimessa alla mera discrezionalità del destinatario, ma anche di presidiare», concludono i supremi giudici della Corte di Cassazione, «la propria casella, procedendo alla periodica verifica delle comunicazioni regolarmente inviategli dalla cancelleria a tale indirizzo».

Francesco Barresi

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