Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

“Pazienza”sul rialzo dei tassi la Fed spinge Wall Street l’economia Usa accelera

Trecento punti di rialzo dell’indice Dow Jones hanno salutato la «pazienza» della Federal Reserve. La Borsa americana ha reagito positivamente, davanti all’esito di un meeting cruciale della banca centrale più potente del mondo. L’esito è racchiuso appunto in quella parola: «Pazienza». E’ il segnale in codice con cui la presidente della Fed, Janet Yellen, indica che non ci saranno sorprese nei prossimi mesi: la ripresa americana è solida, di conseguenza s’intravede all’orizzonte il giorno in cui i tassi direttivi torneranno alla normalità, ma non c’è al momento un’accelerazione verso i rialzi del costo del denaro. Gli sviluppi delle ultime settimane sono stati turbolenti, nel bene e nel male: da una parte la crescita del Pil americano accelera (la Fed ie- ri ha anche corretto al rialzo le stime), con evidenti benefici sul mercato del lavoro (+321.000 assunzioni a novembre); d’altra parte c’è il contro-shock petrolifero che riduce i prezzi dei carburanti e arricchisce il consumatore americano, ma accentua l’instabilità e la fragilità nella crescita globale. All’interno della Fed cresce il partito dei falchi, tre presidenti delle filiali locali (Dallas, Philadelphia, Minneapolis) hanno votato contro la «pazienza»: sono convinti che sia urgente un rialzo dei tassi per raffreddare un probabile surriscaldamento dell’economia. Il contro-argomento delle colombe, che restano in maggioranza e hanno dalla loro la presidente Yellen, è che il tracollo del petrolio attenua ulteriormente ogni rigurgito d’inflazione. Semmai in molte parti del mondo all’ordine del giorno c’è la deflazione. Lo scenario disegnato nel meeting concluso ieri, vede un tasso direttivo medio dell’1,125% entro il terzo trimestre del 2015. Questo significa che resta in agenda un moderato rialzo dei tassi a partire dalla fine della primavera. Le stesse previsioni dei dirigenti della Fed vedono i tassi direttivi salire ulteriormente fino al 2,5% nel 2016 e poi al 3,6% nel 2017. Da ricordare che il 2016 è l’anno della prossima elezione presidenziale. La Federal Reserve non ha interferenze politiche né deve sostenere l’agenda di questo o quel candidato, ma le sue mosse avranno un’indubbia influenza sul clima politico del Paese. L’andamento dei tassi da una parte verrà giudicato come un barometro della salute economica nazionale; d’altra parte i precedenti storici indicano che molte recessioni sono state create da una stretta monetaria della banca centrale.
Ora non c’è nessuna ragione per precipitare l’America in una recessione. Per quanto il tasso di disoccupazione sia sceso sotto il 6%, quindi dimezzato rispetto alla crisi del 2008, restano ampie sacche di forza lavoro inutilizzata o sotto-utilizzata: in particolare il fenomeno dei lavoratori costretti ad accettare contratti part-time mentre avrebbero bisogno di lavorare a tempo pieno. I salari hanno appena ricominciato a salire nello scorso mese dopo anni di stagnazione: su questo fronte quindi non c’è nessuna tensione inflazionastica che richieda di essere spenta con rialzi dei tassi. E tuttavia resta il fatto che siamo entrati nel sesto anno di ripresa americana, una durata perfino superiore alla media delle riprese degli ultimi 50 anni. E’ vicino il momento in cui il tasso d’interesse della banca centrale dovrà tornare in condizioni di normalità. Per ora rimane vicino allo zero, un livello anomalo che segna l’eredità della più grave crisi del dopoguerra. La Fed riconosce proprio questo ritorno alla normalità, cancellando dal suo linguaggio quel termine che caratterizzava i suoi comunicati precedenti e cioè «l’attesa per un periodo considerevole » prima di rialzare i tassi. Al posto di quel tempo considerevole, subentra la «pazienza » che la Fed promette di avere prima di «normalizzare la politica monetaria». Alla Borsa il nuovo linguaggio piace perché non contiene sorprese né minacce. Non è in vista una sterzata brusca. Troppe sono le incognite soprattutto dall’estero. La Yellen non ha voluto mostrare un’eccessiva preoccupazione per le conseguenze del contro-shock petrolifero: dopotutto è una manna per i consuamatori, e l’impatto deflazionistico secondo lei dovrebbe essere una tantum. Più problematico, se il contro- shock petrolifero dovesse provocare una bancarotta della Russia o altri default di nazioni emergenti fragilizzate dal crollo delle loro valute. Ma di questo non v’è traccia, almeno ufficialmente, nel comunicato di ieri.
Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Il titolo Stellantis ha debuttato ieri in Borsa a Milano e Parigi, mettendo a segno un rialzo del 7,...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Entra nel vivo la contesa per il successore di Jean Pierre Mustier, costretto dal cda a lasciare Uni...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

La pandemia ha ampliato le disuguaglianze economiche tra i cittadini e l’educazione finanziaria è...

Oggi sulla stampa