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Paura su Madrid, volano gli spread

«Tanto peggio tanto meglio». Era l’idea dei mercati che, puntando al risultato negativo (o di stallo) delle elezioni greche, hanno speculato sull’intervento delle banche centrali. Le urne di Atene però, attribuendo la vittoria ai conservatori pro-euro, hanno scongiurato l’azione. Così, gli hedge fund hanno chiuso le posizioni al rialzo e venduto. È anche, e soprattutto, questa la motivazione indicata dagli esperti per il “paradossale” e inatteso andamento di Borse e titoli di Stato di ieri. Cioè, nonostante lo scampato pericolo in Grecia gli asset dei Paesi periferici di Eurolandia sono stati presi a sassate. In particolare, quelli della Spagna.
La Spagna sotto attacco
Già, la Spagna. Ancora una volta il suo debito pubblico ha vissuto una giornata al “cardiopalmo”. Il differenziale del titolo decennale sul Bund, dopo aver toccato il massimo a 589 punti base, ha chiuso a quota 576 (erano 544 venerdì). Cioè, un punto sopra al record italiano del novembre scorso. Il saggio del governativo, dal canto suo, si è assestato al 7,17%: un valore, evidentemente, difficile da sostenere sul medio periodo. In crescita, seppure su valori percentuali e assoluti ben minori, anche lo spread italiano: la differenza tra il BTp e il governativo tedesco ha chiuso a 464 punti base (erano 449 in fine settimana scorsa), con il rendimento del buono al 6,06% (5,95% lo yield di venerdì). In un simile contesto, giocoforza, il differenziale tra Madrid e Roma si è allargato ancora di più, salendo oltre 110 punti base.
Un’elezione non risolve
Se questi i freddi numeri, quali le loro motivazioni? «Al di là delle mosse degli hedge fund – risponde Gianluca Garbi, ceo di Banca Sistema –, bisogna ricordare che le elezioni di Atene non hanno risolto il problema». Certo, hanno evitato di «aggiungerne un altro. E, tuttavia, i dilemmi dell’euro restano sul tavolo». «Rispetto alla Spagna, poi – fa da Eco Sergio Pigoli, vecchio lupo di Piazza Affari -, da un lato c’è l’incertezza sulla contabilità bancaria. Dall’altro, la loro forte esposizione sull’immobiliare e le società di calcio». Senza dimenticare, inoltre, «il problema della presenza dei titoli tossici». Una situazione che, «anche a fronte – sottolinea Garbi – degli scarsi volumi di questi giorni», permette grandi variazioni di prezzi sui titoli di Stato.
Quei balzi, all’insù e all’ingiù che ieri hanno visto di nuovo il «Fly to quality» verso il Bund tedesco. Il rendimento del decennale è tornato a scendere: solo pochi giorni fa all’1,5%, nell’ultima seduta si è assestato all’1,42%. Quindi, almeno in quest’avvio di ottava, gli investitori hanno ripreso le vecchie abitudini, pensando al debito di Berlino come «il» bene rifugio. Un’impostazione di fondo che, tra le altre cose, è stata confermata dall’andamento degli spread di altri Paesi: quello della Francia, dopo avert toccato il massimo di giornata a 122, ha chiuso sempre in crescita a 119; la stessa tripla «A» olandese ha visto il suo differenziale “salire” fino a 54 punti base.
In un simile contesto, tra possibili contagi e la politica (soprattutto della Germania) che lascia le porte spalancate alla speculazione anglo-americana, sorge una domanda: il rischio del break up dell’euro è ancora dietro l’angolo? Garbi, ex ceo di Mts, fa professione d’ottimismo: «In primis, va sottolineato che sì la curva dei rendimenti spagnola è spostata verso l’alto; e, tuttavia, non è invertita». Cioè, ancora non è replicato completamente lo scenario che ha caratterizzò l’Italia in avvio di novembre scorso. «Inoltre, l’interbancario funziona». Nel momento di maggiore tensione del 2011, «gli scambi sull’overnight avvenivano ad un tasso di circa il 2,5%». Adesso, invece, il saggio è attorno allo 0,3%. Insomma, lo spazio per intervenire ancora c’è. Ma si restringe sempre più. Come, purtroppo, potrebbe dimostrare anche l’asta a breve di oggi sui Bonos spagnoli.

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