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Paura su Covid e ripresa Usa: le Borse finiscono al tappeto

Da “risk on” a “risk off” senza passare dal via. Questo in poche parole è ciò che successo ieri sui mercati con gli investitori che hanno seguito un copione uguale ma opposto a quello delle ultime settimane vendendo pesantemente tutte le classi di investimento “rischiose” (azioni, petrolio, Paesi emergenti…) che erano andate bene nelle ultime settimane, per riposizionarsi sui classici beni rifugio: titoli di Stato ad alto rating, oro e valute come il dollaro, lo yen o il franco svizzero. Un brusco cambio di vento insomma. D’altronde i presupposti alla base del rally delle Borse (+12% in un mese l’indice Msci World), ossia la scommessa sulla ripresa e il miglioramento del quadro epidemiologico, è stato messo drasticamente in discussione. Prima dalla Fed, che mercoledì ha gelato l’ottimismo alimentato dagli ultimi dati Usa sul mercato del lavoro mettendo in conto effetti a lungo termine della pandemia sul ciclo economico. E poi dalle ultime statistiche sui contagi negli Usa dove la recente impennata dei casi in stati come il Texas o la Florida che avevano allentato le restrizioni ha alimentato timori su una seconda ondata.

Per gli investitori, forse troppo concentrati sul bicchiere mezzo vuoto della ripresa delle attività che su quello vuoto di un virus ancora in circolazione e di un’economia duramente compromessa, l’effetto è stato quello di una secchiata di acqua gelata.

Il ribasso messo a segno ieri dall’indice continentale Stoxx 600 (-3,79%) è il peggiore dai minimi del 23 marzo mentre bisogna risalire al 16 di marzo per registrare un ribasso superiore al 4,81% a Piazza Affari. Gli ordini di vendita sono stati massicci su tutte le piazze azionarie compresa Wall Street. L’indice S&P500, che lunedì era arrivato quasi ad azzerare le perdite di inizio anno, in serata mostrava ribassi superiori al 5% con l’indice Vix della volatilità tornato sui massimi da un mese. I BTp sono stati risparmiati dai ribassisti (i tassi a 10 anni sono scesi dall’1,51 all’1,47%) ma il crollo dei rendimenti dei Bund (-0,41%) ha fatto risalire lo spread a 188 punti. D’altronde, in una giornata come quella di ieri, i bond dei Paesi ad alto rating (Germania e Stati Uniti soprattutto) sono stati gettonatissimi per via del loro status di beni rifugio. Per la stessa ragione si spiega l’impennata dell’oro, che ieri si è riportato oltre i 1373 dollari l’oncia registrando il maggior rialzo giornaliero da un mese, o dello yen giapponese tornato sui massimi da inizio maggio nel cambio sul dollaro.

È stata una giornata di pesanti ribassi anche per il petrolio, che ha vissuto la peggiore seduta dalla fine di aprile: perdite vicine al 10% hanno respinto il Wti verso 35 dollari al barile, mentre il Brent ha perso più dell’8%, scendendo intorno a 38 dollari. Oltre alla generale avversione al rischio e all’incertezza sul ciclo il greggio ha pagato il forte aumento delle scorte petrolifere Usa, salite al record storico di 2,1 miliiardi di barili, compresi i prodotti raffinati, secondo l’Energy Information Administration (Eia): un picco inatteso, che comunque appare legato quasi esclusivamente dal boom di importazioni di greggio saudita, oridnato ai tempi della guerra dei prezzi. Un fattore contingente insomma, che presto dovrebbe esaurirsi cedendo il passo alla tendenza opposta, quella di una riduzione delle scorte. Ci sono già parecchi segnali in questo senso, negli Usa come in altre regioni del mondo. Ma perché il mercato possa tornare alla normalità bisogna che tutto continui a filare liscio. I tagli di produzione devono continuare, sia quelli dell’Opec Plus – con la rigorosa disciplina imposta all’ultimo vertice – sia quelli dello shale oil, forzati dalle difficoltà finanziarie delle compagnie. Inoltre è indispensabile che la domanda petrolifera continui a recuperare. È proprio questultimo, cruciale elemento che rischia di venire meno se la recrudescenza del coronavirus costringerà a nuovi lockdown.

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