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Paura contagio, tonfo di Borsa e Btp

di Raffaella Polato

MILANO— Non sono bastati i messaggi politici, quelli lanciati dalla Germania e da mezza Europa per smentire il rischio Paese e rassicurare sulla «buona strada» della manovra. Non sono serviti gli argini tecnici, quelli introdotti domenica sera dalla Consob. L’attacco all’Italia continua e, come dicono le prime analisi della stessa Commissione, non è tutta speculazione. Anzi. Il grosso sono vendite vere, sono investitori che, a dispetto delle rassicurazioni e dei fondamentali delle aziende, il rischio Paese lo vedono e decidono di uscire dal mercato. Finendo col colpire tutti, nell’area euro, come da timori delle varie cancellerie sempre più preoccupate dallo spettro del contagio greco. E affondando di nuovo Piazza Affari più di qualsiasi altra Borsa. Solo Lisbona, con un crollo del 4,37%, fa peggio del -3,96%con cui Milano chiude una seduta che brucia 15,8 miliardi. E proprio la Banca del Portogallo (Bdp) ha annunciato ieri nuove contrazioni sull’economia: previsto quest’anno un ribasso del 2%e dell’ 1,8%nel 2012, contro il -1,4%e il +0,3%delle precedenti stime. Milano, luglio 2009. È lì che ripiombano i valori del Mib, mentre l’assalto non risparmia alcun settore, si concentra e affossa soprattutto le banche, prende la mira a partire dai titoli di Stato. Lo spread tra i Btp italiani e i Bund tedeschi era già volato a 245 punti base venerdì scorso, primo giorno di attacco massiccio. Ieri è schizzato— foto emblema della drammaticità della giornata— a quota 305. Non è già più un problema solo italiano. È già un assaggio di un possibile incubo europeo. Che può ancora essere esorcizzato. Si è però preso e perso tempo sull’emergenza greca. Si è quasi accantonato il contagio al Portogallo o all’Irlanda. Ora che speculazione e crisi di fiducia si abbattono non in periferia ma su uno dei big dell’Unione, senza distinzione tra i reali pericoli di bancarotta di Atene e le turbolenze più politiche di Roma, neppure il «credito» riconosciuto da leader come Angela Merkel all’efficacia della manovra in cantiere è sufficiente anche solo a rallentare l’ondata. Non lo è stato, almeno, ieri. Nel mirino, insieme a Milano e oltre a Lisbona e Atene (-3,38%), è naturalmente subito entrata Madrid: la Spagna è l’altro grande «osservato speciale» , il rischio-Paese lì si traduce in un crollo del 2,57%in Borsa e in un ulteriore allargamento dello spread con i Bund (la forbice è arrivata a 337 punti base). Non si salvano però nemmeno mercati — e Paesi — che non hanno i problemi di debito pubblico e di tenuta politica alla base dell’attacco a Piazza Affari. Parigi perde persino più di Madrid: il 2,7%. Francoforte scende del 2,33%. Londra limita il danno all’ 1%. Ma quasi ovunque l’avvio in negativo di Wall Street (-1%in apertura) accelera la spirale ribassista. E, a dimostrazione di quanto ci sia in gioco e quale sia il bersaglio grosso, lo stesso euro peggiora rispetto a quotazioni partite già male. Venerdì aveva chiuso a 1,4258 rispetto al dollaro. Ieri mattina ha aperto 1,4169. Ha finito a 1,4056 (dopo una puntata anche sotto quota 1,40): il minimo da sei settimane. Terremoto europeo, quindi. Epicentro, comunque, italiano. Va giù tutto fin dalle prime battute, le sospensioni per eccesso di ribasso si susseguono, da Fiat a Telecom ai titoli del lusso è una sfilza di segni negativi. Ma, così come sono l’entità del debito pubblico e i dubbi sulla capacità del governo di tenerlo sotto controllo a scatenare le vendite, sono le banche a pagare le spese più salate. Sono loro lo specchio, indipendentemente dalle attese per gli stress test. I risultati arriveranno venerdì, e tutto indica che gli istituti italiani abbiano superato l’esame meglio di tanti concorrenti esteri. Conta poco, in una giornata così. Conta poco nel quadro-Paese che i mercati dipingono. Conta poco vista la quantità di titoli di Stato in portafoglio. Non a caso le due banche maggiori sono alla fine le più colpite: Intesa e Unicredit arrivano a perdere anche il 9-10%, poi chiudono a -7,74%e -6,33%. Significa che hanno bruciato, rispettivamente, 2 e 1,55 miliardi. E non sono gli unici titoli cui il lunedì dell’attacco all’Italia sia costato così caro. L’Eni, sul terreno, ha lasciato 1,77 miliardi. L’Enel 1,66. Generali 990 milioni, Telecom 650, Fiat 430. Fino a quel conto finale da quasi 16 miliardi.

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