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Paura Brexit, sterlina sotto pressione

Alcuni sondaggi danno la vittoria all’uscita: in una settimana la valuta inglese perde il 3% sull’euro
Lo spauracchio della Brexit, cioè l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, continua a turbare i sonni degli investitori. Anche perché la vittoria del fronte favorevole all’uscita dall’Ue non pare essere così remota come in molti, fino a poco tempo fa, ipotizzavano. Martedì scorso per la prima volta un sondaggio telefonico (considerato più attendibile di quelli online) realizzato da Icm per il quotidiano Guardian ha assegnato maggiori probabilità al fronte del «Leave» (45%) rispetto a quello dei favorevoli alla permanenza nella Ue (42%).
Ieri sempre Icm ha comunicato gli esiti di un altro sondaggio, questa volta online, che dava i favorevoli al Brexit in vantaggio 48 a 43. Un altro sondaggio online condotto da Yougov dava il «Leave» in vantaggio di 45 a 41 mentre Opinion nel weekend ha registrato un orientamento più favorevole al «Bremain» avanti 43 a 40. Anche i bookmaker iniziano a prezzare di più il rischio Brexit. Settimana scorsa Betfair gli assegnava una probabilità del 19%, oggi siamo al 28 per cento.
Anche in coincidenza con questi numeri è montato un forte nervosismo sui mercati. Ieri il pound si è deprezzato rispetto a tutte le sue principali controparti. In una settimana la sterlina si è svalutata di oltre il 3% sull’euro, del 4% sullo yen e si è indebolita dell’1% anche sul dollaro nonostante la forte svalutazione registrata dal biglietto verde venerdì scorso a seguito dei deludenti dati sul mercato del lavoro. Da inizio anno il pound ha perso il 5,6% sull’euro, il 12,5% sullo yen, il 3,8% sul franco svizzero. Il calo sul dollaro si è limitato all’1,5%. Bisogna tenere conto però che da inizio anno il biglietto verde si è svalutato in media del 2,6% rispetto alle sue principali controparti. L’indicatore della volatilità a un mese del cambio dollaro-sterlina, che monitora il costo che bisogna sostenere sul mercato dei derivati per coprirsi sulle oscillazioni del cambio, è balzato ai massimi dal 2008.
L’eventuale uscita del Regno Unito dall’Unione europea non comporta nell’immediato nessun rischio di insolvenza sul debito. Non a caso i rendimenti dei titoli di Stato britannici non hanno subito pressioni al rialzo in questa prima parte dell’anno. Un po’ di tensione si è vista al contrario sul mercato dei mercato dei derivati. Il prezzo dei credit default swap, le “polizze sul rischio default” del Regno Unito a 5 anni di scadenza, hanno registrato un’impennata del 63% toccando nuovi massimi da tre anni a questa parte. Un segnale del nervosismo che caratterizza il mercato alla vigilia di un voto dagli esiti molto incerti. Così come incerte sono le ripercussioni che un eventuale addio del Regno Unito alla Ue rischiano di esserci per l’economia (non solo britannica). Per questa ragione l’agenzia di rating Standard & Poor’s ha deciso di mantenere l’outlook negativo sul merito di credito del Paese, pur confermando il giudizio di massima affidabilità: la tripla A. Secondo S&P i principali rischi con cui deve fare i conti il Paese in caso di voto favorevole alla «Brexit» riguardano gli investimenti (sia locali che dall’estero) nell’economia britannica per via dell’incertezza normativa che si verrebbe a creare con il lungo negoziato tra Buxelles e Londra che prevedibilmente seguirebbe il referendum.
Perdita di valore della sterlina, fuga di capitali, maggiori costi di rifinanziamento per le imprese britanniche sul mercato dei capitali – scrivono gli analisti di S&P – sono i rischi con cui fare i conti in un’arco temporale che potrebbe durare anni. Per l’agenzia di rating i settori potenzialmente più vulnerabili in questa situazione sono quelli a maggior fabbisogno di capitale come l’immobiliare, le costruzioni, l’industria aerospaziale, la chimica, le infrastrutture, l’industria petrolifera e mineraria. L’eventuale reintroduzione di barriere tariffarie dovrebbe avere un impatto maggiore sulle grandi imprese che esportano nel resto d’Europa mentre quelle più concentrate sul mercato domestico dovrebbero aver meno da perdere.
Anche se la Gran Bretagna non fa parte dell’Eurozona, una sua uscita dalla comunità europea rischia di essere un pericoloso precedente in grado di riaprire vecchie ferite. La tenuta della moneta unica potrebbe tornare ad essere messa in discussione. Con inevitabili ripercussioni sui debiti sovrani dei Paesi periferici dell’area: Italia, Spagna e Portogallo che, anche con il Qe della Bce, potrebbero essere un bersaglio ideale per gli speculatori.

Andrea Franceschi

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