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Patuelli: “Ora le banche chiedono soldi per sostenere l’economia”

«Quando è in corso un aumento di capitale non si possono fare comunicazioni. Riferisco però quello che ha autorevolmente affermato il presidente della Consob, ovvero che “il mercato sta assorbendo le ricapitalizzazioni in corso” tra le banche. Questa è la dimostrazione che gli sforzi fatti dal sistema bancario in questi anni sono andati a buon fine». Antonio Patuelli, presidente dell’Abi, l’Associazione degli istituti di credito, deve difendere per dovere professionale il sistema bancario. Ma questa volta lo fa con un quid in più di passione. Dottor Patuelli, altri 10 miliardi di aumenti di capitale dopo i 40 che abbiamo visto negli anni passati. In tutto saranno alla fine una cinquantina di miliardi. Possiamo dire che sarà l’ultima ricapitalizzazione per il sistema bancario? «No, guardi io mi auguro che non sia l’ultima ». Come, scusi? «Mi spiego meglio. Gli aumenti di capitale delle banche non finiranno mai perché la tendenza a rendere più cospicuo il proprio patrimonio continuerà anche in futuro rovesciando per fortuna la tendenza anglosassone degli anni passati ad avere un basso capitale per avere più alti rendimenti. Ma in futuro gli aumenti di capitale saranno semplicemente una chiave per la competizione tra istituti. Di certo non saranno, come nei cinque anni trascorsi, dettati dalla necessità. E neppure, come quelli in corso, da una sorta di prevenzione, che serve al sistema a presentarsi agli stress test

dell’autunno in posizione di forza». Ci dica quello che tutti vorrebbero sentirsi dire: che dopo questi aumenti il sistema bancario ridarà finalmente ossigeno alle imprese e alle famiglie. «Siamo senza dubbio in prossimità di un rilancio dell’economia. Giustamente il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi ha detto che chi ha tenuto insieme il paese in questi anni di crisi è stato il sistema delle imprese. E tra queste, le banche sono state all’avanguardia». Perché all’avanguardia? Sembra piuttosto che il sistema bancario abbia sofferto una crisi oltremodo pesante con una serie inarrestabile di aumenti di capitale. «Guardiamo le cose in una prospettiva storica. Gli studiosi del futuro diranno che questa crisi è stata diversa da quella che colpì le banche italiane negli anni venti. Dopo il 1930 gli istituti di credito erano diventati prevalentemente pubblici oppure salvati con fondi pubblici. Nel secondo dopoguerra e fino agli anni novanta, poi, continuarono gli aiuti di stato (venivano chiamati spesso “fondi di dotazione”). Bene, dopo le privatizzazioni degli anni novanta, e cioè di fatto negli ultimi vent’anni, lo Stato non ha versato più nulla». Con l’ultima crisi, però, lo Stato ci ha messo dei soldi. Almeno in Mps, in Banco Popolare e in Bpm, che li hanno richiesti. «Ma, quando ciò è accaduto, è stato un affare per lo Stato! Formalmente, è vero, sono catalogati dalla Ue come aiuti di Stato, ma a quest’ultimo è andato un tasso d’interesse annuo compreso tra il 9 e l’11 per cento, quando la raccolta dei Btp era al 4. Quindi lo Stato ci ha guadagnato. Ma qui stiamo parlando di 50 miliardi di aumenti di capitale, esclusivamente supportati dai privati. È stato uno sforzo, sostenuto innanzitutto dalle Fondazioni, che andrebbe riconosciuto». Oh sì, le Fondazioni hanno sostenuto le banche. E alcune l’hanno pagata molto cara, fin a quasi azzerare il loro patrimonio come per Mps e Carige… «Sì si sono sacrificate per la stabilità, e il governatore Ignazio Visco l’ha riconosciuto. E anche tanti privati ci hanno rimesso soldi. Ma ora tutto ciò è alle spalle, e rimane un fatto incontestabile». Quale? «C’è una grande germinazione di privati nel capitale delle banche. Ci sono ben cinque milioni circa di azionisti fra spa, popolari e credito cooperativo. Quello bancario è, come si vede, il comparto ad azionariato più diffuso. Si tratta di azionisti in prevalenza italiani che hanno in mano piccoli pacchetti. Certo, per fortuna adesso sono tornati anche gli investitori istituzionali esteri attirati dai forti sconti sugli aumenti di capitale. E si deve vedere nei milioni di piccoli azionisti una ricchezza della nostra democrazia economica». Qui sopra, Antonio Patuelli, presidente della Associazione Bancaria Italiana (Abi)

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