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«Patto Ue-Usa sul libero scambio»

Karel De Gucht, un liberale fiammingo di 58 anni, è un personaggio controverso in molti ambienti economici europei. Gli accordi di libero scambio negoziati dalla Commissione – in Corea del Sud oggi, in Giappone domani – sono criticati da più parti, perché troppo generosi nei confronti della controparte, poco attenti alle necessità dell’industria, in un momento di crisi economica e di crescente protezionismo.
Stati Uniti e Unione europea stanno valutando se aprire negoziati per un accordo di libero scambio. A che punto siete?
Sto finalizzando con la mia controparte americana il rapporto che presenteremo in dicembre, e che dovrebbe dare il via ai negoziati. Le prospettive sono buone. Abbiamo deciso di puntare su un accordo ampio piuttosto che su una successione di piccoli passi. Non voglio essere troppo ottimista visto che in altre circostanze si è tentato di perseguire questa strada, senza riuscirvi. Siamo comunque convinti sia in Europa che negli Stati Uniti che l’accordo aiuterebbe la crescita e l’occupazione.
Quali sono i possibili ostacoli?
Il significato dell’intesa sarebbe economico ma anche geopolitico. Ciò detto abbiamo già oggi profondi legami commerciali. Quel che resta da liberalizzare sono campi molto delicati: le barriere non tariffarie, le regole sulla salute e la sicurezza, l’agricoltura, i servizi, gli appalti pubblici. Sono questioni difficili da risolvere. Ci vorrà volontà politica, che peraltro noto.
L’Europa ha negoziato o sta negoziando accordi commerciali con molti Paesi. Ci può dare una visione d’insieme?
Nelle prossime settimane chiuderemo una intesa con Singapore. Con il Canada l’accordo giungerà nei prossimi mesi. Con il Vietnam stiamo trattando, e vediamo interesse anche da altri Paesi membri dell’Asean. Per quanto riguarda il Giappone, abbiamo presentato al Consiglio una bozza di mandato di negoziazione, che i ministri dovrebbero valutare a breve. Gli accordi già conclusi con la Colombia e il Perù hanno quasi terminato l’iter di ratifica, e un voto in Parlamento è previsto in dicembre.
La possibile intesa con il Giappone è quella che fa più discutere. Molti sono preoccupati dal protezionismo surrettizio del Paese asiatico. Temono un accordo sbilanciato, troppo favorevole ai giapponesi.
Abbiamo deciso che ci sarà uno stretto parallelismo tra la riduzione dei dazi doganali da parte nostra e l’eliminazione di barriere non tariffarie da parte giapponese. Nel caso la situazione in Giappone non sia stata risolta nel giro di un anno dall’inizio dei negoziati noi interromperemo le trattative.
Eppure, l’industria automobilistica europea, in grave crisi, rimane preoccupata, in particolare in Italia.
Lo so, ma non capisco i timori. Al di là dell’impegno di cui ho appena parlato, non mi sembra ci siano le condizioni perché il mercato europeo dall’oggi al domani venga inondato da auto giapponesi. Prima che un eventuale accordo commerciale di libero scambio sia finalizzato con il Giappone passeranno tre-quattro anni. C’è tutto il tempo da qui ad allora per risolvere la crisi automobilistica europea. Tenga conto poi del fatto che le imprese giapponesi sono già molto radicate in Europa. Hanno 13 stabilimenti in otto Paesi. Ci sono oggi 136mila persone che lavorano per i produttori di auto nipponiche in Europa, che negli anni hanno fatto investimenti per 21,5 miliardi di euro. Non bisogna confondere la nazionalità dell’auto con il luogo in cui è costruita.
La Francia – ma anche l’Italia – ha criticato l’accordo commerciale con la Corea del Sud entrato in vigore nel 1° luglio 2011, giudicato troppo generoso con il concorrente asiatico.
A ben guardare le cifre, i rimproveri francesi non ci sono parsi appropriati. Abbiamo fatto notare che l’aumento delle vendite di auto coreane in Francia è stato minore di quello registrato in tutta Europa. Peraltro, l’import di auto coreane è ancora del 37% inferiore ai livelli pre-crisi. La verità è che la crisi dell’auto in Europa non ha nulla a che vedere con gli accordi di libero scambio. Mi sembra che in molti Paesi si cerchi un capro espiatorio, anziché mettere mano ai problemi industriali.
In che senso?
L’auto non è una materia prima, una commodity per la quale si può parlare di eventuali problemi di sovraccapacità. Per l’industria automobilistica è necessaria una ristrutturazione radicale accompagnata da una nuova strategia di marketing e per l’esportazione. Ho ascoltato con piacere la scelta dell’amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne, di rivedere le priorità della società puntando su auto costose e sui marchi di successo. L’accordo con la Corea del Sud ha ridotto i dazi doganali sulle auto importate dal Paese asiatico dal 10 all’8,3%. Lei crede che si possa realmente attribuire a questo piccolo calo la crisi dell’auto in Europa?
Ci sono evidenti tendenze protezionistiche nel mondo. Anche in Europa?
Certo, vi sono persone che ci vorrebbero più protezionisti, ma è nostro compito opporci alle pressioni. Nel 2011, l’Unione ha registrato un surplus commerciale di 281 miliardi di euro. L’anno scorso il commercio extra-Europa ha contribuito alla crescita economica della Ue per lo 0,7 per cento. Non è vero quindi che l’Europa non sia competitiva sui mercati mondiali. Certo, alcuni Paesi, alcuni settori hanno più problemi di altri in termini di competitività, e questi vanno affrontati. Guardi l’Italia: dopo aver perso terreno negli anni scorsi, il vostro Paese è tornato a esportare con successo puntando sui marchi e sui macchinari.

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