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Il patto di Ubi detta regole e strategie per le aggregazioni

Al momento sul tavolo non c’è nulla di ufficiale, anche perché non c’è alcuna urgenza per fare una fusione. Ma è vero che in prospettiva il tema di un’aggregazione con un’altra banca può diventare di stretta attualità per Ubi Banca. E in questo contesto, il Car, il patto di consultazione che oggi raggruppa il 17,8% del capitale della banca ex popolare, intende giocare un ruolo di primo piano nelle scelte strategiche future del management.

A dirlo a chiare lettere è lo stesso comitato direttivo del patto, riunito ieri a Milano per una presentazione alla stampa. Il Car «vuole agire come un grande investitore istituzionale, un fondo chiuso che vuole partecipare all’ attività della banca dando il suo contributo al management», dice Mario Cera, componente del comitato direttivo del patto assieme ad Armando Santus e a Giandomenico Genta. Un patto pronto a «dialogare con tutti, con gli altri azionisti e con il management, con cui c’è piena sintonia ma nel rigoroso rispetto dei ruoli», aggiunge Santus.

Il patto oggi raccoglie Fondazione CariCuneo, Fondazione Banca Monte di Lombardia, quattro famiglie industriali bergamasche di peso (Bosatelli, Bombassei, Radici, Andreoletti) e i bresciani Gussalli Beretta. In prospettiva la schiera degli azionisti di peso potrebbe allargarsi ulteriormente, visto che già ora ci sarebbero richieste tali da arrivare al 20%, con un’asticella fissata al 22-23% per non rischiare di superare la soglia dell’Opa obbligatoria (25%).

L’idea di fondo è quella di superare le «logiche territoriali», creando un patto «pesante per obiettivi e consistenza» ma «leggero nello stesso tempo perchè non ha vincoli di voto», aggiunge Cera. Ma certo, dati i numeri di rilievo, il Car conta di avere un peso nelle strategie future della banca, a partire dal potenziale risiko. E in questo senso iI nomi dei possibili candidati per Ubi sono quelli noti: Bper, BancoBpm e Mps. Pur senza citarla esplicitamente, i vertici del patto mettono un caveat su un’operazione con Montepaschi. «Non c’è moral suasion di nessuna autorità che può imporre a una banca sana e stabile come Ubi di fare operazioni», aggiunge Cera. «Nessuno – aggiunge – può imporre a Ubi di sobbarcarsi situazioni di crisi, in passato ci sono state situazioni di questo tipo a certe condizioni e Ubi ha detto no». Per il presidente della Fondazione Caricuneo, che detiene il 5,9% della banca, «non c’è nessuno da escludere, dipende dalle condizioni con cui sono poste in essere queste iniziative». Mps certo ha il peso della cause «che in qualche modo limitano l’acquisizione de?la società. Sarebbe diverso se, invece, se fosse ripulita da questi rischi potenziali». Da Genta, infine, l’invito a Massiah a una maggior generosità sul fronte del dividendo.L’incremento da 12 a 13 centesimi appena annunciato, anche se «di soddisfazione non è stato sufficiente rispetto all’attesa di remunerazione che una fondazione ha di rendimento sul suo patrimonio». In prospettiva l’ideale sarebbe «qualcosa che si avvicini più ai 20 centesimi».

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