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Patto produttività, la Cgil punta i piedi

ROMA — Non c’è ancora l’intesa sulla produttività. Tra imprese e sindacati restano le distanze che la lunga trattativa di ieri notte non è riuscita ad azzerare. In particolare pesa la posizione della Cgil sulla difesa dei minimi contrattuali definiti a livello nazionale e sulle regole della rappresentanza. Sono i paletti che il segretario generale di Corso d’Italia, Susanna Camusso, ha piantato ieri durante l’incontro con le altre Confederazioni sindacali (Cisl e Uil) e tutte le associazioni imprenditoriali, Confindustria, Rete Imprese Italia, Alleanza delle cooperative, banche e assicurazioni. Posizioni che hanno fatto calare il gelo sul tavolo negoziale apertosi, invece, all’insegna dell’ottimismo, espresso durante la giornata sia dal titolare dello Sviluppo economico, Corrado Passera, sia dal ministro del Lavoro, Elsa Fornero.
Certo, un passo avanti importante era stato fatto due giorni fa con l’intesa tra le imprese dopo i dissidi tra i “piccoli” (artigiani e commercianti), alleati di banche, cooperative e assicurazioni, da una parte, e la Confindustria, dall’altra. Il fronte delle imprese si è ricompattato seguendo sostanzialmente la soluzione indicata da Confindustria, ma con alcuni ritocchi. Che hanno complicato il negoziato. E ieri, al momento della possibile stretta, i problemi sono emersi con più chiarezza. La Cgil, ma in questo pure la Uil, non accetta che surrettiziamente venga indebolita la funzione del contratto nazionale. Perché nel testo presentato dalle imprese, con una formulazione sufficientemente vaga, non si esclude che la retribuzione minima fissata a livello nazionale possa essere abbassata nel secondo livello contrattuale, aziendale o territoriale. D’altra parte, più di una volta, diversi esponenti del governo (dallo stesso premier Monti ai ministri Fornero e Passera) avevano fatto capire come fosse necessario superare qualsiasi automatismo nelle dinamiche retributive compreso l’indice Ipca (l’indice dei prezzi al consumo armonizzato a livello europeo e depurato dal costo dell’energia) che serve soprattutto a tutelare il potere d’acquisto.
C’è poi il nodo della rappresentanza. Già con il protocollo del 28 giugno 2011 Confindustria e sindacati hanno stabilito le nuove regole per misurare la rappresentatività delle organizzazioni sindacali, affidandola a una mix tra iscritti e voti ottenuti nelle elezioni tra i lavoratori.
Secondo quell’accordo, ha diritto a trattare chi supera la soglia del 5 per cento. Certamente la Fiom ne avrebbe diritto. Però la Fiom non tratta per il contratto dei metalmeccanici perché non ha firmato il precedente. Per la Cgil questa è una violazione proprio dell’intesa del 28 giugno. Per gli industriali e pure per gli altri sindacati, invece, quel protocollo non è ancora stato applicato.
Alla fine nessun accordo: la Cgil non ha fatto passi avanti. «Mi sembra che siamo molto lontani», ribadisce Susanna Camusso, aggiungendo che non c’è stata «nessuna accoglienza» alle modifiche proposte dalla Cgil. Oggi i rappresentanti delle imprese presenteranno una nuova proposta: «Io sono sempre per definizione un ottimista dice nonostante tutto il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi e credo che si possa trovare un accordo ». Ma precisa che, delle osservazioni dei sindacati, «alcune le abbiamo recepite e le condividiamo, altre non le recepiremo».

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