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“Patto governo-banche-imprese e lo spread può calare a quota 100”

«DOVREBBE essere a 100, se non meno ». Perciò, tenuto conto di «tutto ciò che è stato fatto» sul fronte del rigore dal governo Monti, «paghiamo ancora uno spread troppo alto». E allora la spiegazione, ancora una volta, va ricercata in quella che il banchiere chiama «la grossa pausa politica ed elettorale» che ha finito per creare «una spirale di pessimismo », per cui «tutti aspettano che succeda qualcosa». Bisogna superarla, bisogna «ripristinare la fiducia».
«Tutti» sono i soggetti interessati: il governo, certo. Ma anche banche, imprese, consumatori. Va battuto quel «fattore di incertezza psicologica» che induce all’attesa. In assenza di governo, le imprese non investono, le banche non fanno prestiti, i consumatori aspettano a comprare. Il risultato è una generale paralisi. Per uscire dall’impasse e rilanciare la crescita, l’unico vero volano per fronteggiare la recessione, serve «uno sforzo coordinato» di questi soggetti. Con le sue parole: «Gli investitori vogliono un governo. Le banche si devono attrezzare a sostenere le imprese, aiutandole a crescere, ad investire e ad andare all’estero». E queste, a loro volta, anziché preferire di «essere piccole e in nero», dovrebbero fare «gli aggiustamenti strutturali necessari per poter accedere più facilmente al credito delle banche» diventando più competitive. Una spirale di pessimismo, appunto. Un cane che si morde la coda, se si preferisce.
Nel chiuso delle riunioni del Fmi il “caso Italia” è stato sviscerato. I partner chiedevano notizie, volevano sapere e capire i tanti perché dello stallo del paese. Ma se orientarsi all’interno delle alchimie politiche nazionali non è facile per nessuno, secondo Saccomani è stato “generale” il riconoscimento dei progressi fatti sul fronte della finanza pubblica. Al dunque, almeno in termini di disavanzo, il Paese sta meglio di tanti altri partner. Il problema è che non cresce. Su questo fronte, ammette sconsolato «non abbiamo prodotto granchè».
E allora, bisogna guardare al domani riconquistando il bene prezioso della fiducia, con le imprese che «si riposizionano sul mercato», le banche che non hanno paura di concedere prestiti, i consumatori che consumano. Sul piano più tecnico, nella visione del numero due di palazzo Koch servirebbe anche «una ricomposizione del bilancio pubblico per dare sostegno alle imprese e alle fasce deboli della popolazione ». Ma questa, «aggiunge, «è un’impostazione di tipo politico che solo un governo può dare».
A vertice Fmi di Washington c’è anche Vittorio Grilli, il ministro uscente dell’Economia. In un discorso depositato prima di imbarcarsi sul primo volo utile per Roma, sostiene che ciò che ha peggiorato la recessione è il “credito anemico”. «Gli effetti negativi della crisi dei debiti sovrani sul sistema bancario italiano e l’anemica disponibilità di credito spiegano la maggior parte della debolezza economica registrata nel 2012». Anche il ministro, come Saccomanni, ritiene che molte imprese «stanno soffrendo per le difficoltà di accesso » al credito bancario, per cui o «ritardano gli investimenti » o hanno difficoltà «nella gestione delle risorse umane ». La situazione, comunque, «sta migliorando». Nella sua visione, il sistema finanziario si è dimostrato «notevolmente resistente» rispetto alla crisi. Grilli ricorda anche ai partner che l’Italia ha deciso di pagare i 40 miliardi di debiti della pubblica amministrazione e che questa mossa aiuterà la ripresa, attesa per la seconda metà dell’anno.

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