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Patto di stabilità, i paletti di Berlino

La reazione non si è fatta attendere. Le aperture del cancelliere tedesco Angela Merkel, improvvisamente favorevole a una lettura meno rigida delle regole Ue sui deficit fiscali e sui conti pubblici in genere, ha subito suscitato polemiche in Germania, tra i “falchi” del rigore.
Sono tensioni politiche, nel senso più ampio della parola, quelle che emergono. Uno dei critici è infatti il ministro delle Finanze, e collega di partito della cancelliera, Wolfgang Schäuble, che ha proposto a tutti i paesi europei l’esempio tedesco: forza economica e rispetto delle regole fiscali. «Non siamo solo un’ancora di stabilità – ha detto al Bundestag, la camera bassa del parlamento – ma anche un motore della crescita. Abbiamo bisogno di seguire la stessa strada in Europa: riguadagnare la fiducia restando ligi al Patto di stabilità e crescita e rilanciare gli investimenti attraverso un uso più efficiente dei fondi dell’Unione europea».
In realtà, come amano sottolineare coloro che spingono per un patto più flessibile – e tra questi il presidente del Consiglio Matteo Renzi – nel 2003 fu proprio la Germania, insieme alla Francia e all’immancabile Italia, a rompere di fatto le regole di Maastricht a loro favore. Per molti economisti, questo atteggiamento dei “grandi” fu il primo seme della crisi dei debiti sovrani iniziata nel 2010. Schäuble sembra esserne consapevole, in realtà: «C’è bisogno di agire, e molto, e dovremmo concentrarci su queste cose – ha aggiunto – invece di aprire una discussione che suscita il sospetto che vogliamo ripetere gli sbagli del passato: abbiamo fatto errori gravi non restando ligi alle regole – ha proseguito – e non dobbiamo ripeterli. Possiamo capire che la via alternativa è quella giusta e dobbiamo proseguire di conseguenza».
Le dichiarazioni della Merkel, che seguono quelle del vicecancelliere e segretario del partito socialdemocratico Sigmar Gabriel, sembrano andare in un’altra direzione, verso un accordo con la Francia e l’Italia, i cui ministri delle Finanze, Michel Sapin e Pier Carlo Padoan, hanno chiesto di poter utilizzare tutte le forme di flessibilità permesse dal presente Trattato Ue, che non subirebbe lo stigma di una revisione “ad hoc”, ma allo stesso tempo permetterebbe una politica fiscale più favorevole alla crescita.
Su un altro fronte, anche Jens Weidmann, presidente della Bundesbank, si è detto contrario a ogni allentamento del rigore. «Non abbiamo bisogno di un indebolimento, ma piuttosto di un rafforzamento delle regole Ue», ha scritto sulla Süddeutsche Zeitung il governatore della Banca centrale tedesca, spaventato dall’eventualità che si usino «trucchi» per nascondere il vero livello dei debiti pubblici. Un’eventualità, questa, che potrebbe «scatenare enormi scosse in Eurolandia».
Sono idee che possono avere ricadute anche sulla posizione tedesca nel board della Bce. Weidmann ritiene che debba farci rinsavire il fatto che «non appena le pressioni del mercato si sono calmate, sono giunte le richieste dei politici per un allentamento delle regole». È esattamente questa la paura della Banca centrale europea, e non solo dei suoi “falchi”: il timore che politiche ultraespansive – e tra queste, soprattutto, l’acquisto di titoli di Stato, il quantitative easing – abbiano il solo effetto di spingere governi e aziende a ridurre gli sforzi verso il risanamento dei bilanci. «Una crescita economica sostenibile non può essere costruita su una montagna di debiti pubblici e privati», ha spiegato Weidmann, con parole che ricordano un importante discorso del presidente della Bce Mario Draghi, nel quale si spiegava come una politica della domanda, di fronte a bilanci molto deboli, non genererebbe i risultati sperati.
In ogni caso, non bisogna prendere troppo alla lettera le dichiarazioni di Schäuble e Weidmann, politici e non analisti, in carica e non certo dimissionari: è evidentemente un gioco negoziale che punta a creare un contrappeso forte alle spinte verso l’ammorbidimento delle regole.

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