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Patto di Genova tra imprese e sindacati

GENOVA — Confindustria e sindacato confederale hanno siglato ieri un documento comune. Un’agenda per uscire dalla crisi. Obiettivo: condizionare Palazzo Chigi e orientare, in particolare, le misure della legge di Stabilità. Il documento contiene richieste precise in materia di Fisco, politica industriale, efficienza della spesa pubblica. Alla base dell’iniziativa, una convinzione condivisa dalle parti sociali: «La stabilità dell’esecutivo è una condizione necessaria ma non sufficiente, è indispensabile che l’azione di governo tenga la bussola orientata verso il Nord di una ripresa economica accompagnata da nuova occupazione».
A stretto giro il presidente del Consiglio ha manifestato il suo favore all’accordo siglato ieri pomeriggio all’hotel NH di Genova e presentato alla festa dell’Unità del capoluogo ligure con le firme ancora fresche d’inchiostro. «Confindustria e sindacati fanno passi avanti per una maggiore politica attiva sui temi del lavoro, dell’economia e delle politiche industriali? A me pare una buona notizia», ha commentato Enrico Letta dalla Slovenia. «Ora ci aspettiamo una convocazione ufficiale», ha rilanciato a margine dell’incontro il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi.
Proprio il leader di viale dell’Astronomia molto si è speso per un «patto tra produttori» per uscire dalla crisi. Un’idea lanciata già lo scorso aprile durante le assise della piccola impresa a Torino. Ieri la presentazione del primo frutto concreto di questa politica è arrivata insieme con la richiesta, da parte di Fiat, di nuove regole sulla rappresentanza sindacale. Un punto che non è contenuto nell’«agenda per la ripresa» di Confindustria a sindacati. «Noi abbiamo già firmato un accordo sulla rappresentanza (nel maggio scorso, ndr) — ha ricordato Squinzi —. Si tratta di una buona base di partenza. L’Italia non può certo fare a meno dell’industria automobilistica. Ora serve un tavolo che affronti il problema».
Tornando all’accordo firmato ieri, le richieste principali sono due. In materia fiscale. Da una parte meno tasse sui redditi da lavoro, obiettivo da raggiungere nel breve periodo con un potenziamento delle detrazioni per dipendenti e pensionati. Dall’altra riduzione dell’Irap. In particolare, secondo le parti sociali, andrebbe eliminata la componente «lavoro» alla base dell’imposta, così da favorire (e non penalizzare, come accade oggi) le imprese che assumono.
Altro capitolo cruciale: la politica industriale. Qui si chiedono agevolazioni fiscali per gli investimenti in ricerca e sviluppo; un meccanismo di garanzia pubblica che convinca le banche a finanziare grandi progetti di innovazione industriale realizzati da filiere o reti di imprese; una rapida attuazione dell’agenda digitale. Ma anche politiche che riducano il costo dell’energia e una cabina di regia per la gestione delle crisi aziendali più significative a livello nazionale. Ultima richiesta: una revisione della spesa pubblica che vada oltre i tagli lineari.
Con quali risorse dare corpo a questo ambizioso programma? Confindustria e sindacati non vogliono sentire «se e ma». «Non si è forse deciso di tagliare l’Imu prima ancora di aver trovato le coperture? Bene: è ora di fare la stessa cosa per rilanciare crescita e occupazione», taglia corto il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti. E Susanna Camusso, a capo della Cgil: «Si introduca una tassazione seria sui patrimoni e sulle rendite se questo serve a creare lavoro». Mentre la ricetta Cisl targata Raffaele Bonanni punta sui tagli alla spesa della pubblica amministrazione: «Cinque miliardi si potrebbero recuperare solo imponendo alle amministrazioni di comprare merci e servizi a costi medi di mercato».
Quello che il fronte sindacale ieri lasciava intendere tra le righe era il seguente messaggio: «O si trova un modo per dare risposte al mondo produttivo che ogni giorno combatte con la crisi, o il nostro disagio si esprimerà nelle piazze».

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