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Patti a termine, parola alle parti sociali

Decidere in materia di intervalli tra un rinnovo e l’altro di un contratto a termine è responsabilità della contrattazione collettiva. Ieri sul sito del ministero del Lavoro è stata pubblicata la circolare 27/2012 che fornisce le «indicazioni di carattere interpretativo» su uno dei nodi su cui si erano appuntate le critiche maggiori sia dei sindacati, sia delle associazioni d’impresa.
La circolare, firmata dal direttore generale per le Attività ispettive, Paolo Pennesi, chiarisce che in tutti i casi previsti dai contratti collettivi di qualsiasi livello si potranno ridurre gli intervalli per il rinnovo, che la legge di riforma fissa invece in 60 giorni (90 se il contratto in scadenza supera i sei mesi).
Si tratta della soluzione che era stata sollecitata dalle parti già in sede di esame parlamentare del disegno di legge di riforma, una proposta sostenuta dagli stessi relatori con la motivazione che il vincolo perentorio dei 36 mesi massimi di durata dei contratti a termine non permetteva comunque forme di abuso su questa forma di assunzione che garantisce, di fatto, una flessibilità in ingresso a cui negli ultimi anni si sono adattate tipologie di impresa molto diverse.
Come anticipato, rispetto alla possibilità di displinare la materia con un decreto – prospettata lo scorso ottobre dal ministro Elsa Fornero – la circolare sottolinea che la riduzione dei tempi di attesa può essere decisa direttamente dalle parti attraverso lo strumento della contrattazione collettiva o in via delegata a livello decentrato.
Il dispositivo della circolare chiarisce, infatti, che in materia di rinnovi va intesa in senso ampio la latitudine d’intervento per far scendere rispettivamente da 90 a 30 giorni e da 60 a 20 giorni l’intervallo d’attesa per i contratti la cui durata iniziale sia rispettivamente superiore o inferiore ai sei mesi.
Si tratta di una soluzione che, tuttavia, rischia di non risolvere la richiesta di risposte rapide formulata dagli imprenditori alla stessa Fornero per i contratti a termine già in essere e che vanno verso la scadenza (sarebbero circa 400mila entro fine anno, il 40% dei quali nella Pubblica amministrazione). Attualmente, infatti, nei contratti collettivi nazionali disposizioni di questo tipo che regolano gli intervalli sui rinnovi sono raramente presenti. A questo punto sarà necessario tenerne conto nei prossimi rinnovi, a partire da quelli imminenti relativi a Tlc, meccanici, energia, acqua e gas. «Si tratta di una misura che avevamo chiesto a gran voce – ha spiegato ieri a «Il Sole 24 Ore» Giorgio Santini, segretario generale aggiunto della Cisl – ed è chiaro che a questo punto in tutte le occasioni in cui sarà possibile regoleremo la materia degli intervalli nei nuovi contratti».
Per meglio chiarire la responsabilità diretta delle parti sul tema, la circolare “restringe” la possibilità di intervento diretto del ministero del Lavoro, con iniziative di carattere sostitutivo, alla sola ipotesi specifica prevista nell’articolo 1, comma 9, lettera h) della legge 92/2012, in cui la necessità d’intervento è figlia di esigenze ricondubili a «ragioni organizzative qualificate», che possono spaziare dal l’avvio di una nuova attività al lancio di un prodotto al rinnovo o alla proroga di una commessa esistente.
Mentre l’estensione dei termini ridotti a «ogni altro caso previsto dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale», effettuata dal Dl Sviluppo bis (convertito nella legge 134/2012) con l’inserimento nel corpo della lettera h) di un periodo ulteriore, allarga ogni ipotesi di riduzione degli intervalli da parte della contrattazione nazionale, territoriale o aziendale, a casi diversi e ulteriori rispetto ai processi organizzativi. Tuttavia, in tali circostanze, secondo la circolare, non c’è «un ruolo sostitutivo del ministero».

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