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Il patriota Draghi potere alle competenze

Patriottismo. È difficile immaginare una ragione diversa per spiegare come mai Mario Draghi abbia accettato di diventare presidente del Consiglio — ha scritto il Wall Street Journal. Il quotidiano americano ha ragione: sono anni che l’ex presidente della Bce chiede ai governi italiani di fare riforme capaci di aumentare la produttività e la crescita potenziale del Paese, senza successo. È dunque consapevole che a quelle riforme gran parte delle forze politiche rende omaggio a parole ma ha un interesse vicino allo zero a farle; anzi, qualcuno le detesta e le teme proprio, annullerebbero rendite di posizione, vantaggi che portano voti e il privilegio di distribuire il denaro dei contribuenti.

 Draghi queste riforme proverà a farle, almeno alcune, proprio perché è patriottico cercare di realizzare ciò di cui il Paese ha bisogno. E pretenderà che il piano di spesa per la ripresa economica le favorisca, che gli investimenti siano cioè «buoni», come ha avuto modo di sottolineare qualche mese fa, sia per domare la pandemia sia per rispondere alla crisi sociale e delle imprese. Qualcosa che non si può fare senza la competenza al potere.

 Da questo punto di vista — cioè del contrario dell’uno vale uno — è interessante notare che in queste settimane due ex presidenti di banca centrale sono stati chiamati nel governo del loro Paese: oltre a Draghi, Janet Yellen come segretaria al Tesoro nell’Amministrazione Biden. Segno che l’enorme potere della Fed e della Bce riverbera inevitabilmente sulla politica da entrambi i lati dell’Atlantico.

 Ovviamente le due chiamate sono molto diverse tra loro e per tante ragioni. Innanzitutto, l’Italia non è gli Stati Uniti. Poi, il governo americano è formato da ministri non eletti (separazione dell’esecutivo dal legislativo) mentre in Italia in genere lo sono, a cominciare dal presidente del Consiglio. La funzione di Draghi è a 360 gradi, politica, mentre quella di Yellen è limitata agli affari economici e finanziari. Una volta confermata dal Senato, passaggio già avvenuto, la ex presidente della Fed risponde al solo Joe Biden, che l’ha nominata, mentre l’ex presidente della Bce dovrà avere la fiducia del Parlamento, mantenerla e in più dovrà svolgere una funzione di raccordo con Bruxelles e con gli altri capi di governo dei 27 Paesi Ue. A Yellen, infine, ci sarebbero state parecchio alternative negli Stati Uniti, in Italia poche.

Yanet, Mario e gli altri

 Nonostante queste fondamentali differenze, i due principali motori della politica monetaria non convenzionale degli scorsi anni sono convocati a una posizione di governo: le competenze e le esperienze maturate nelle banche centrali — le grandi protagoniste, quasi uniche, delle politiche economiche degli scorsi anni — tracimano nelle amministrazioni del governo.

 Per l’Italia non è la prima volta che un governatore salta lo steccato: Luigi Einaudi fu ministro del Bilancio per un anno mentre in parallelo guidava la Banca d’Italia, prima di diventare presidente della Repubblica; Guido Carli diresse il Commercio Internazionale e poi il Tesoro; e Carlo Azeglio Ciampi il Tesoro prima di diventare presidente del Consiglio e poi Capo dello Stato. Nomi che hanno segnato la storia dell’Italia post-bellica: Einaudi creò le condizioni per il miracolo economico; Carli fu tra i protagonisti del «divorzio» tra Tesoro e Banca d’Italia; Ciampi fu determinante per l’ingresso del Paese nell’euro. Grandi auspici.

 Rispetto ai predecessori, Draghi non è stato alla guida solo della Banca d’Italia ma ha lasciato un segno soprattutto per gli otto anni al vertice della Banca Centrale Europea. Questo gli offre un vantaggio ma sottolinea anche una contraddizione che nei prossimi mesi potrebbe avere un certo peso.

L’eredità di Francoforte

Il vantaggio sta nell’essere conosciuto in tutti gli ambiti europei (e internazionali) e riconosciuto per la capacità non solo di capire le politiche economiche, finanziarie e monetarie ma anche per l’abilità di gestire le relazioni e le leve del potere. In Europa, Draghi è rispettato ma in una certa misura è anche temuto, in quanto estraneo ad alcune delle logiche che guidano i politici di ogni Paese: più legato alla fattualità delle situazioni, più attento ai numeri, rispettoso della politica ma intransigente sulle politiche.

  La contraddizione potenziale sta invece nello scarso appetito di buona parte dei partiti italiani per riforme strutturali, per votarle e realizzarle: scarso anche a causa del fatto che essi sono concentrati sui denari del Recovery Fund e, grazie agli interventi sui mercati della Bce oggi guidata da Christine Lagarde, non sentono di avere la pistola puntata alla testa per farle. Draghi non poteva fare altro, da presidente dell’istituzione di Francoforte, se non lanciare il programma di Quantitative Easing e azzerare i tassi d’interesse. Una politica monetaria non convenzionale che ha permesso all’Italia di non crollare sotto il peso del debito pubblico e quindi ha salvato l’euro. L’effetto collaterale, che per essere sinceri Draghi ha sempre avuto presente, è che quando i governi italiani sono protetti da uno scudo, nel caso la politica monetaria, e hanno molti denari da spendere, nel caso quelli europei, tendono a non fare alcuna riforma seria. Ora, Draghi dovrà smentire questo postulato: non lo ha mai ritenuto indiscutibile, soprattutto di fronte agli economisti tedeschi che lo sostenevano, e adesso deve provare a trascinarsi il Parlamento italiano per smentirli.

 Janet Yellen avrà probabilmente vita più facile, anche se per lei non sarà una passeggiata fare passare al Congresso stimoli finanziari ancora più massicci di quelli già effettuati negli Stati Uniti nel 2020. Draghi, però, in proporzione ha obiettivi necessariamente più ampi. Non ha solo l’opportunità di mettere su binari seri e credibili la lotta al virus e la ripresa (di lungo termine) dell’economia: può anche rilanciare la credibilità dell’Italia, decisiva nel mondo per attrarre gli investitori. Conterà, in questo, la sua reputazione in Europa, dove per prestigio e politiche realizzate in carriera è vicino al livello di Angela Merkel: nelle riunioni del Consiglio europeo la sua sarà una delle voci più ascoltate. E conteranno i suoi rapporti internazionali, a cominciare da quelli americani. Tra l’altro, quest’anno l’Italia ha la presidenza del G20, un forum che può essere decisivo nel superamento globale della crisi da pandemia e nel quale Roma può a questo punto avere un ruolo di guida sostanziale.

 La situazione politica nell’Unione europea non è facile, come si è visto in queste settimane con i flop sui vaccini, con le tentazioni protezioniste nel commercio, con le incertezze nel rapporto con la nuova Amministrazione di Joe Biden. Draghi presidente del Consiglio in Italia è una delle non molte buone notizie, nel Vecchio Continente. Non potrà essere il salvatore del mondo: ha davanti muri, sabbie mobili ed è un’eccezione al buon funzionamento della democrazia. Ma è una buona notizia.

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