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Patent box, «qualificato» anche il costo infragruppo

Il rapporto tra costi qualificati e costi complessivi di ricerca e sviluppo (nexus ratio), dal quale può dipendere l’ammontare dell’agevolazione, subisce delle limitazioni quando esistono dei costi di acquisizione, in proprietà o in concessione, degli intangibili o l’attività di ricerca e sviluppo è effettuata all’interno del gruppo. In alcuni casi, tuttavia, i costi infragruppo non determinano alcun effetto negativo sul rapporto, nel senso che sono considerati costi qualificati. Vediamo quali sono i chiarimenti a riguardo forniti dalla circolare 11/E/2016 sul patent box.
Costi in outsourcing
La prima fattispecie è quella della quota costituita dal riaddebito di costi sostenuti da società del gruppo nei confronti di soggetti terzi. In altre parole, sono costi che una società del gruppo sostiene in outsourcing e riaddebita alle altre entità del gruppo. La circolare ha chiarito che sono considerati qualificati anche i costi addebitati con applicazione di un margine, previo scomputo del margine stesso, riducendo così il costo al mero riaddebito. Questa interpretazione appare in linea con i principi Ocse (report finale dell’Action 5).
Accordi tra diversi soggetti
Ulteriore significativo chiarimento è intervenuto in tema di accordi (Cca) tra diversi soggetti che svolgono ciascuno attività di ricerca e sviluppo e che determinano lo sviluppo congiunto di un intangibile. Al riguardo, l’articolo 9, comma 3 (ii) del Dm 30 luglio 2015 reca una previsione i cui contenuti sono ora chiariti dall’agenzia delle Entrate. Si tratta degli accordi in cui ciascun partecipante esegue una parte dell’attività di ricerca e sviluppo oggetto del Cca, sostenendo dei costi, e ha diritto ai risultati complessivi della “ricerca comune”. Ciascun partecipante resta inciso di una quota dei costi complessivi della “ricerca comune”, che dipenderà dall’utilizzo di ciascuno dei risultati di tale ricerca, riconosciuta dall’accordo alle singole società. Ma non necessariamente vi è coincidenza tra le spese effettivamente sostenute per l’attività di ricerca e sviluppo e la quota “assegnata” di utilizzo della ricerca comune. Chi ha sostenuto spese maggiori rispetto alla quota di utilizzo stabilita dall’accordo rileverà il rimborso (da altre società) come provento. Ed è proprio il soggetto beneficiario dell’accordo che, al tempo stesso, consegue proventi dall’accordo a essere il destinatario dell’applicazione del predetto comma 3 dell’articolo (si veda l’esempio riportato al paragrafo 14.2.6 della circolare).
Nella fattispecie, quindi, non opera il limite del riaddebito senza mark-up ma la società, che ha sostenuto direttamente i costi di ricerca e sviluppo e ne riceve una utilità inferiore, ai fini del rapporto iscrive al denominatore l’intero costo sostenuto e al numeratore, quale costo qualificato, sia la quota parte della “ricerca comune” utilizzata sia i proventi costituiti dal riaddebito dei costi, e quindi non subisce alcuna penalizzazione.
La ricerca a uno solo
L’attuale assetto normativo penalizza, invece, i gruppi strutturati in modo che l’attività di ricerca è realizzata da un unico soggetto a favore delle altre società del medesimo gruppo. E questo anche quando si tratta di gruppi italiani che hanno i beni immateriali in Italia e investono in attività di ricerca nel nostro Paese. Nella fattispecie, infatti, i costi infragruppo penalizzano il rapporto tra costi qualificati e costi complessivi.
I costi di acquisizione
Effetti negativi ai fini dell’agevolazione si hanno anche in relazione ai costi di acquisizione degli intangibili. Si pensi ai gruppi che sono strutturati con una holding in Italia titolare di marchi che vengono concessi in uso alle altre società del gruppo residenti che li sfruttano direttamente e sostengono i costi di promozione, pubblicità e presentazione. Anche in questo caso si determina una penalizzazione sul rapporto dovuta ai costi di acquisizione per lo sfruttamento del marchio da parte della controllata. A meno che l’utilizzo non avvenga a titolo gratuito; in tal caso, infatti, al denominatore non va considerato nessun costo di acquisizione. Il dubbio riguardava, in quest’ultima fattispecie, la rilevanza o meno dei costi impliciti. L’agenzia delle Entrate ha precisato che, nel caso prospettato, si riserva di sindacare il comportamento delle parti del rapporto secondo i canoni dell’antieconomicità dell’operazione.

Luca Miele

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