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Il nuovo patent box perde «fascino» per il made in Italy

Basta dire «made in Italy» e l’immediata associazione è ai marchi che ne hanno fatto un concetto da esportare in tutto il mondo. Ora, però, proprio sui marchi il nostro Paese è costretto a fare un passo indietro. Il patent box, la detassazione sui beni immateriali prevista dalla Finanziaria 2015, restringe il suo campo di applicazione: la “manovrina” per la correzione dei conti pubblici annuncia la cancellazione del beneficio fiscale per i soli marchi, lasciandolo in vigore per altri asset agevolabili e facendo salve, però, le richieste di adesione presentate all’agenzia delle Entrate per il 2015 e il 2016.
È una sorta di «obbedisco» alla linea imposta dall’Ocse con il progetto Beps (Base erosion and profit shifting), che per contrastare l’elusione internazionale punta a limitare lo spostamento di base imponibile verso Stati a minore prelievo. Del resto, come conferma la ricognizione effettuata da Sts Deloitte proposta in grafica (a destra), quasi tutti i Paesi hanno dovuto fare dei ritocchi ai rispettivi patent box per adeguarsi, a eccezione (finora) della Francia.
L’impatto
Eppure l’esclusione dei marchi rischia di far perdere gran parte dell’appeal al patent box italiano. Le motivazioni, come sempre, vanno trovate nei numeri. Dai dati relativi alle quasi 4.500 istanze presentate nel 2015 (primo anno di applicazione) emerge come la maggior parte delle imprese italiane abbiano chiesto il beneficio in relazione all’uso del marchio (36%), molte meno per i brevetti (18%).
Per ora sono molto pochi gli accordi chiusi con il Fisco (si veda l’articolo più sotto): la procedura ha richiesto alle imprese di produrre un corposo dossier in vista del ruling con le Entrate. E gli uffici dell’Agenzia hanno dovuto strutturarsi per esaminare tutte le pratiche pervenute. Anche per questo, la scelta dell’amministrazione finanziaria è stata quella di portare avanti dei casi pilota per poter disegnare linee guida utili per tutti. A fine 2016, però, erano appena quattro gli accordi chiusi con soggetti con un volume di affari superiore a 300 milioni di euro, a cui nei primi mesi di quest’anno si sono aggiunti pochi altri. E comunque nella fase di “scrematura” si contano 2.500 domande «decadute per mancata presentazione della documentazione integrativa», come ammesso dal direttore Rossella Orlandi in audizione alla Camera. Ora l’obiettivo prefissato è quello di chiudere entro fine anno il 90% delle richieste 2015.
Comunque, la manovrina – stando alle bozze circolate negli ultimi giorni – non impatterà sulle procedure in corso, per cui fa fede la data di presentazione dell’istanza. E la maggior parte dei marchi storici del made in Italy si sono già adoperati per ottenere almeno per un quinquennio il beneficio fiscale (non più rinnovabile nel 2020 alla luce delle novità attese con la manovrina). Tra gli interessati ci sono società i cui proventi da contratti di licenza verso terzi legati all’utilizzo del brand incidono notevolmente in bilancio. Ad esempio, gli analisti di Ferragamo (una delle poche aziende che ha già stretto l’accordo con il Fisco) hanno stimato un impatto del patent box per circa 10 milioni di minori imposte sul bilancio 2016.
I margini di crescita
L’appeal del patent box sui brevetti, invece, finora è stato minore. Un po’ per i costi della procedura, ma anche la scarsa predisposizione di certi settori in Italia a brevettare: mentre altrove a fare la parte del leone sono biomedicale, tecnologia e Tlc, nel nostro Paese sono i settori “tradizionali” a registrare più innovazioni, come i trasporti (+38%), il settore movimentazione e i macchinari speciali. A dirlo è il report sulle richieste di deposito giunte nel 2016 all’Epo (European patent office), che gestisce le domande di brevetto in Europa, dove comunque l’Italia si classifica al 10° posto su scala internazionale (con 4.166 richieste) e con uno dei maggiori incrementi su base annua (+4,5% rispetto al 2015). Chissà che l’esclusione dei marchi possa, invece, rendere più appetibile il bonus proprio per i brevetti.

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