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Patent box per pochi

Il patent box fa il boom di adesioni nel 2016 ma solo 46 società su 1.102 hanno realmente beneficiato dell’agevolazione. Il 4% degli utilizzatori ha ricevuto quasi 18 mln di euro a testa mentre le restanti 1.102 hanno avuto un beneficio medio di 500 mila euro ciascuno.

La tassazione agevolata dei redditi derivanti dall’utilizzo di beni immateriali, il c.d. patent box, introdotta dalla legge 190 del 2014, secondo quanto indicato dal report pubblicato dal Ministero dell’economia e delle Finanze sulle dichiarazioni fiscali 2017 per l’anno d’imposta 2016, rispetto al 2015 raddoppia il suo score sia in relazione ai soggetti fruitori e sia relativamente all’ammontare del reddito focalizzando però i benefici quasi esclusivamente su soggetti ad altissimo fatturato.

Rispetto al primo anno di applicazione infatti, benché si fosse ristretto l’ambito di applicazione dell’agevolazione «sostituendo alla più ampia nozione di opere d’ingegno il riferimento al solo software coperto da copyright», grazie all’innalzamento della percentuale di reddito scevro da tassazione passato dal 30% al 40%, l’appeal dello strumento risulta enormemente cresciuto con numero di imprese agevolate che aumenta da 620 a 1.148 e importi detassati (tra ricavi e plusvalenze) che si incrementano da 320 milioni a 1.4 miliardi.

Sebbene i numeri possano sembrare di certo interessanti, come già evidenziato nel caso dell’Ace però (vedi articolo di ItaliaOggi del 19 gennaio), estremamente indicativa risulta essere anche la distribuzione dell’utilizzo dell’agevolazione all’interno delle fasce di ricavi da cui risulta che del totale detassato pari a 1.4 miliardi, il 58% ovvero 812 milioni di euro è stato utilizzato da imprese con fatturato oltre i 250 milioni mentre il restante 42% pari a 588 milioni dai soggetti all’interno della più ampia fascia reddituale tra i 100 mila euro e i 2.5 milioni. Se analizziamo il numero di soggetti per fascia di ricavi ci si rende dell’impatto reale dell’agevolazione sul mondo delle imprese essendo il peso dell’agevolazione distribuito praticamente tutto su 46 società (il 4% del totale degli utilizzatori del patent box) con fatturato oltre i 250 milioni di euro che si sono spartite quasi 18 milioni di euro a testa di reddito detassato mentre per le restanti 1.102 usufruitrici il beneficio medio è stato solo di circa 500 mila euro cadauna.

Più o meno stessa sorte è toccata al patent box nel 2015 con il 48% dei beneficiari che deteneva ricavi compresi tra 100 mila e 2.500.000 euro e utilizzava il 27% del reddito detassato mentre solo il 4% degli beneficiati che possedeva classi di ricavi superiori a 250 milioni di euro e si accaparrava circa il 55% del beneficio in termini di plusvalenze e redditi non soggetti ad imposte.

Se è ovvio che a più alto fatturato corrispondono inevitabilmente importi agevolati più corposi ed un numero più consistente di benefici usufruibili è pur vero che la scelta di strutturare specifiche detassazioni il cui impatto in termini di riduzione della pressione fiscale è direttamente proporzionale a fattori come l’utile accantonato o gli investimenti eseguiti produce inevitabilmente una riduzione del carico delle imposte focalizzato su entità di grandi dimensioni lasciando indietro invece le piccole e medie imprese. Se infatti l’Ace mira ad agevolare le imprese che si capitalizzano, il patent box invece prevede un regime opzionale di tassazione per i redditi derivanti dall’utilizzo di software protetto da copyright, di brevetti industriali, di disegni e modelli, nonché di processi, formule e informazioni relativi ad esperienze acquisite nel campo industriale, commerciale o scientifico giuridicamente tutelabili e per l’anno 2015 e 2016 l’agevolazione poteva avere ad oggetto anche i marchi d’impresa, ivi inclusi i marchi collettivi, siano essi registrati o in corso di registrazione.

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