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Patent box, nel calcolo tutti i costi per la ricerca

Il patent box, o meglio, visto l’ampio ambito oggettivo, l’Ip (intellectual property) box italiano è pronto a partire, ma si attende la pubblicazione del decreto attuativo che chiarisca i punti lasciati aperti dalla norma: su tutti, il metodo di calcolo del beneficio, che dipenderà essenzialmente dall’individuazione delle spese di ricerca e sviluppo da considerare.
Grazie alle modifiche introdotte dall’investment compact, è stato ampliato l’ambito oggettivo dell’agevolazione, includendo i marchi commerciali, i disegni e i modelli. Tuttavia, rimane il nodo delle modalità di calcolo del rapporto tra costi di ricerca e sviluppo sostenuti per il mantenimento, l’accrescimento e lo sviluppo del bene immateriale e i costi complessivi sostenuti per produrre questo bene. Questo rapporto è fondamentale per l’individuazione della percentuale di redditi ritratti dallo sfruttamento dell’intangible (tipicamente royalties) che potrà essere esclusa dal reddito. In altre parole, prima di arrivare ad applicare l’esclusione dal reddito è cruciale vedere l’esito di tale rapporto. Infatti le royalties potranno essere escluse dal reddito per il 30%, 40% o 50% (rispettivamente nel 2015, 2016 e a regime), solo per la parte pari al rapporto sopra individuato. In tal modo, se in un anno il soggetto interessato non sostiene spese di ricerca e sviluppo sul bene immateriale da cui ritrae reddito, il rapporto sarà pari a zero, e conseguentemente il reddito non sarà agevolabile.
Il meccanismo di calcolo è in linea con il cosiddetto nexus approach di stampo Ocse, anche se il legislatore italiano lo ha molto mitigato con le modifiche apportate dall’investment compact. Al numeratore del rapporto potrà infatti essere aggiunto anche il 30% delle spese sostenute per acquistare il bene da terzi, o per spese di ricerca e sviluppo sostenute in outsourcing con altre società del medesimo gruppo. Lo scopo è di permettere di raggiungere più agevolmente un rapporto pari a 1, e quindi la detassazione del 100% del reddito. Questa agevolazione deve comunque essere letta insieme al requisito di accesso iniziale al regime, per cui potranno comunque optare per l’Ip box solo le imprese che esercitano attività di ricerca e sviluppo, anche se mediante contratti di outsourcing con società terze, questa volta necessariamente non facenti parte del gruppo.
Per individuare i costi inclusi nel numeratore, ci si sta orientando verso il riferimento ai costi individuati dai decreti attuativi delle norme sul credito di imposta per ricerca e sviluppo, nelle recenti riedizioni. Tra le spese di «sviluppo» del bene sostenute per il mantenimento, l’accrescimento e lo sviluppo del bene immateriale, ad esempio, dovrebbero rientrare anche le spese per l’ottenimento dell’intangible. Così, in caso di marchi, i costi per lo studio e l’analisi per la creazione del segno distintivo e la relativa registrazione, compresi i costi dei grafici e dei legali che procedono alla registrazione.
Solo l’agevolazione sulla plusvalenza da cessione dell’intangible si sottrae a tali meccanismi, essendo sempre esclusa al 100% a condizione che il 90% del corrispettivo ritratto sia reinvestito entro il secondo anno successivo alla cessione nella manutenzione o nello sviluppo di altri beni immateriali.
Un ulteriore punto che dovrebbe essere affrontato nel decreto è il titolo con il quale il soggetto che detiene il bene immateriale può accedere al regime agevolato. Infatti, sarebbe interessante prevedere che anche i redditi ritratti dallo sfruttamento di intangibles detenuti in licenza, e sublicenziati a terzi, possano beneficiare dell’esclusione dal reddito, ovviamente sempre a patto che l’impresa sostenga spese di ricerca e sviluppo e quindi si qualifichi per il regime.

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