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Patent box, marchi sempre fuori

Cartellino rosso per i marchi d’impresa anche se utilizzati congiuntamente e legati da vincoli di complementarità ad altri beni immateriali agevolabili. Il patent box chiude i battenti anche nel caso in cui i marchi d’impresa vengano utilizzati congiuntamente e siano legati da un vincolo di complementarità ad altri beni immateriali per i quali è, invece, possibile fruire dell’agevolazione. A ricordarlo Assonime nella circolare n. 18 del 25 luglio 2017 in cui sono state analizzate le novità introdotte con la cosiddetta «manovra correttiva».

Il comma 1 dell’art. 56 del dl n. 50/2017, oltre a tagliare fuori dall’ambito di operatività del patent box i marchi d’impresa, ha innovato in punto di definizione dei beni immateriali legati da vincoli di complementarità e utilizzati congiuntamente. La nozione in parola, originariamente inserita tra le maglie dell’art. 1, comma 42-ter della legge di stabilità 2015, è stata riformulata ex novo e trasferita al comma 39.

Un simile restyling si è rivelato, da subito, ulteriormente penalizzante per i marchi d’impresa, che non potranno beneficiare della misura fiscale di favore neppure laddove venissero impiegati, nella produzione di prodotti e/o processi, congiuntamente e in via complementare ad altri beni immateriali, ammessi invece alla detassazione. Ciò in quanto il legislatore ha avuto cura di precisare che l’agevolazione trova spazio sì anche rispetto ai redditi ottenuti dall’utilizzo congiunto di beni immateriali, collegati tra loro da vincoli di complementarità per la realizzazione di un prodotto o di un processo o di una serie di prodotti o processi, ma a condizione che tra di essi si annoverino unicamente quelli agevolabili, dai quali ormai i marchi d’impresa risultano esclusi.

Si determina così la sicura abrogazione della previsione normativa di cui all’art. 1, comma 42-ter, della legge di stabilità 2015, a mente del quale ai fini dell’agevolazione, avendo a che fare con più intangibles di titolarità del medesimo soggetto, collegati da vincoli di complementarità ed utilizzati congiuntamente, il contribuente avrebbe potuto, ma non necessariamente dovuto, considerare i molteplici beni in parola come un unico IP.

Non a caso, la suddetta fictio iuris trovava la sua ratio nella necessità di mettere a disposizione dell’imprenditore uno strumento opzionale ma comunque funzionale al superamento delle difficoltà riscontrabili in sede di stima dei costi di ricerca e della quota di reddito riferibile al singolo bene, isolatamente considerato. Ora però che, a seguito dell’intervento abrogativo, rimane in piedi soltanto l’art. 6, comma 3, dm 30 luglio 2015, il quale sancisce invece l’obbligatorietà del vincolo di complementarità, da più parti si teme il rischio che quella che doveva essere una mera facoltà del contribuente, appunto considerare in caso di difficoltà i diversi beni immateriali come un unico intangible, finisca invece per atteggiarsi a vero e proprio obbligo, previsto peraltro nell’ambito di singole tipologie di beni immateriali.

Atteso che, secondo l’Ocse, il vincolo di complementarità va fatto valere non indiscriminatamente, ma soltanto nel caso in cui, al ricorrere dell’utilizzo congiunto di IP, non sia possibile tracciare in modo compiuto le spese sostenute e/o il profitto conseguito con riguardo ad ogni singolo bene impiegato, sarebbe auspicabile quanto prima un intervento interpretativo chiarificatore.

Stefano Loconte e Irene Barbieri

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