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Patent box in cerca di criteri in linea con i principi dell’Ocse

L’applicazione del regime di patent box ha acceso un dibattito (vedi Sole del 22 dicembre 2015) sui criteri di determinazione del reddito agevolabile nei casi diutilizzo diretto dei beni immateriali. Si è sostenuto infatti che i criteri di stima identificati nel discussion paper di Oiv sarebbero “alternativi” rispetto alle linee guida dell’Ocse in tema di transfer pricing e da usare solo laddove non siano applicabili metodi “ordinari” (in primis il profit split). La mia opinione è completamente diversa e provo a spiegare il perché.
Mettiamoci nei panni dell’agenzia delle Entrate. È facile immaginare che sia stata sommersa da istanze di ruling. I problemi che l’Agenzia dovrà affrontare a questo punto sono due: dovrà verificare innanzitutto la genuinità delle istanze e secondariamente la correttezza dei criteri di stima del contributo economico dei beni intangibili. Distinguere tra istanze genuine e non, significa riconoscere i casi in cui, ad esempio, il marchio sia veramente un bene immateriale (ovvero un’attività in grado di contribuire al reddito) e non invece solo il nome, il logo o il pittogramma che identifica l’azienda senza conferirle alcun reale vantaggio competitivo. Le linee guida dell’Ocse insistono molto su questo punto chiarendo come ogni azienda abbia un marchio o un logo, ma non per questo disponga di un bene immateriale che ha valore. La dimostrazione che i marchi o i brevetti abbiano valore costituisce, anche per l’Ocse, il prius logico di ogni stima di misurazione del loro contributo economico. Con una metafora si potrebbe dire che se il criterio del profit split consiste nel tagliare a fette una torta (rappresentata dal reddito d’impresa) attribuendo la fetta di pertinenza a ciascuno dei suoi ingredienti (tramite un’analisi funzionale), bisogna prima verificare che il marchio o il brevetto sia effettivamente uno degli ingredienti della torta (un bene immateriale che realmente contribuisce al reddito d’impresa). Verifica che il profit split non effettua (perché parte dalla torta come essa è, senza alcuna verifica della genuinità dei suoi ingredienti) e che invece è connaturata ai criteri di natura finanziaria-valutativa proposti da Oiv in quanto poggiano proprio sulla dimostrata capacità di reddito e/o di vantaggio competitivo dello specifico intangibile.
Sul punto della misurazione del contributo economico del marchio o brevetto di cui sia già stata verificata la genuina capacità di reddito o di vantaggio competitivo, è sufficiente limitarsi a osservare che il criterio del profit split dovrebbe stimare il reddito che l’impresa potrebbe ricavare concedendolo in uso a un ipotetico licenziatario. Nel transfer pricing il profit split si applica considerando il contributo economico dello specifico bene immateriale al risultato delle due entità (non indipendenti) coinvolte nel trasferimento (licenziante e licenziatario) e ricostruendo un’equa ripartizione del risultato in relazione alle attività, ai costi o alle funzioni sostenute dalle due parti. Nel caso dell’uso diretto del bene nel regime di patent box, vi è invece una sola entità e la stima del contributo deve passare per la verifica di ciò che un generico partecipante al mercato (ipotetico licenziatario) potrebbe riconoscere tenuto conto dei vantaggi competitivi e della capacità distintiva di reddito che lo specifico intangibile è in grado di generare in capo al soggetto che lo detiene (ipotetico licenziante). In assenza di tale verifica, è facile dimenticarsi di detrarre il reddito degli altri beni immateriali (non agevolabili) che pure contribuiscono al reddito d’impresa (penso in primis alla customer relationship) e sovrastimare il contributo economico dell’intangibile agevolabile.
In breve il profit split va opportunamente ambientato alla realtà di una sola entità che fa uso diretto del bene e che può disporre anche di altri beni immateriali (non agevolabili). Ambientazione che i criteri finanziari e valutativi invece garantiscono in quanto isolano il contributo economico dello specifico intangibile, adottando la prospettiva del singolo bene e del partecipante al mercato. Pertanto non solo i criteri finanziari e valutativi sono coerenti, nei princìpi cardine, alle linee guida Ocse sapendo distinguere fra “veri” e “falsi” intangibili, ma poggiano su un’analisi funzionale dell’impresa più rigorosa in quanto fondata anche su un esercizio di benchmarking.
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