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Patent box con la guida

Il patent box guarda ai prezzi di trasferimento. Saranno proprio le linee guida sul transfer pricing approvate dall’Ocse a guidare professionisti e uffici nell’individuazione del contributo economico al reddito d’impresa del marchio, brevetto, software o know-how per il quale viene richiesta l’agevolazione. Il metodo del Cup (Comparable uncontrolled price) è quello che risulta preferibile agli altri metodi. Tuttavia, l’oggettiva difficoltà nel trovare transazioni comparabili renderà in molti casi inapplicabile tale meccanismo: per poter utilizzare il Cup, infatti, deve esserci un forte grado di analogia tra la natura dei beni e dei servizi ceduti infragruppo e tra entità indipendenti, molto difficile da riscontrare in presenza di brand o segreti industriali per natura unici. In questi casi potrebbe correre in soccorso il metodo del «profit split residuale», vale a dire la ripartizione degli utili sulla base del contributo apportato da ciascuna funzione aziendale connessa al bene immateriale, in linea con quanto sarebbe avvenuto in condizioni di libero mercato, dopo aver remunerato le funzioni ordinarie. Sono questi i primi indirizzi operativi forniti dall’Agenzia delle entrate ai rappresentanti delle imprese, dell’accademia e ai professionisti nel corso della tavola rotonda che si è tenuta la scorsa settimana a Roma (l’iniziativa sarà replicata oggi a Milano).

In ogni caso, in fase di ruling non saranno applicati metodi finanziari alternativi rispetto alle linee guida Ocse sul transfer pricing (si ricorda che l’Organismo italiano di valutazione ha predisposto nelle scorse settimane un documento sulla stima del contributo economico degli intangibles volto a coordinare i criteri di valutazione internazionalmente riconosciuti con gli standard Ocse).

Oltre ai dettagli tecnici, che potrebbero trovare i primi chiarimenti in una circolare delle Entrate di prossima emanazione, nel corso del confronto tra amministrazione finanziaria e operatori non sono mancati anche spunti «sistemici» sul patent box. Parte della discussione ha riguardato gli attuali disallineamenti tra il regime agevolativo domestico e le raccomandazioni Ocse (Action 5 del progetto Beps), che escluderebbero dal beneficio i marchi, nonché i possibili interventi correttivi. In particolare, il mondo bancario (rappresentato dall’Abi) ha evidenziato la necessità che il patent box produca risultati definitivi e non si ripeta quanto già avvenuto in passato, quando gli istituti italiani sono stati poi costretti a restituire benefici concessi dal legislatore nazionale ma ritenuti illegittimi dall’Ue, in quanto aiuti di stato.

Anche Assonime ha auspicato qualche aggiustamento, soprattutto per favorire il rientro di beni immateriali ora detenuti all’estero, che ad oggi risulta in qualche modo penalizzata. Senza dimenticare la problematica, ribadita dai professionisti, dei costi riaddebitati dei servizi infragruppo. Senza una modifica normativa tali oneri, anche se le attività sono svolte da società residenti, non possono essere computati tra i costi qualificati (a eccezione di quelli che rappresentano un mero riaddebito infragruppo di costi sostenuti nei confronti di soggetti terzi). Come pure in attesa di risposte restano le incertezze sulla possibilità di optare in corso d’opera, dopo aver già effettuato una prima opzione, per agevolare ulteriori intangibles inizialmente non inseriti nel patent box oppure sviluppati ex novo nel frattempo (per esempio un brevetto).

Oggi le Entrate si confronteranno nuovamente con le controparti del settore privato. Al di là delle questioni tecniche volte a determinare il quantum dell’agevolazione, le preoccupazioni maggiori delle imprese riguardano i tempi per l’attivazione, la discussione e la chiusura delle procedure di ruling (obbligatorie in ipotesi di utilizzo diretto degli intangibili, vale a dire nel 97% dei casi finora prospettati all’Agenzia): con oltre 4.300 potenziali pratiche, rispetto alle meno di 100 presentate in media ogni anno, l’attesa potrebbe essere di molti mesi.

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