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Patent box, calcoli da rivedere

Lo stop alla possibilità di avere agevolazioni patent box sul reddito da marchi, previsto dal decreto legge n. 50 ha effetti anche sulle imprese che presentano la richiesta a valere su altri intangibili. In particolare, questa situazione impatta sul sistema di calcolo utilizzabile per definire l’utile imputabile agli intangibili «sopravvissuti». Il sistema di calcolo principale che sta mettendo d’accordo imprese e Agenzia delle entrate sembra essere quello del residual profit split, mutuato e adattato da quanto previsto per il transfer pricing. Il calcolo prevede una serie di passaggi che riporteremo di seguito e arriva a dividere gli utili tra quelli attribuibili alle funzioni routinarie e quelli attribuibili alle funzioni degli intangibili. Con lo stop all’agevolabilità dei marchi si apre, per le imprese, il problema di suddividere il valore degli intangibili tra quelli agevolabili e quelli non (più) agevolabili (marchi).

Distinzioni in base al momento di presentazione dell’istanza. Il problema si presenterà in maniera distinta per 3 tipi di soggetti: le imprese che hanno fatto domanda entro il 31 dicembre 2106 includendo anche i marchi tra gli IP agevolabili; le imprese che hanno fatto domanda dal 1° gennaio 2017 al 24 aprile 2017 includendo i marchi tra gli IP agevolabili e, infine, le imprese che faranno domanda d’ora in avanti e che possiedono marchi non più agevolabili. Per le imprese del primo caso il problema si presenterà in futuro, se hanno concluso l’accordo con l’Agenzia delle entrate dichiarando il marchio complementare con altri beni intangibili. Ipotesi molto probabile, considerando che il 47% dei redditi sui quali è stato richiesto il patent box deriva dai marchi. A quel punto dovranno cercare un sistema di calcolo per scindere il valore da utilizzare in sede di rinnovo dell’opzione di ruling.

Le imprese che hanno fatto domanda dal 1° di gennaio 2017 e quelle che la faranno in futuro dovranno da subito già confrontarsi con il problema di identificare un valore specifico nell’eventuale calcolo del residual profit split. È evidente che, mentre i «soft intangibles» non sembrano rientrare tra i «beni immateriali unici e valutabili» e non necessiterebbero quindi di ricercare un tasso di remunerazione diverso da quello delle funzioni routinarie, la stessa cosa non è sostenibile per i marchi che hanno un valore. L’Ocse, attraverso il documento «Guidance on Transfer Pricing Aspects of Intangibles», specifica che rientrano in questa categoria i beni unici e valutabili, ovvero caratterizzati da contestuale tipicità. Gli intangibili di questa categoria, secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, non sono comparabili con altri intangibles usati o disponibili da altre imprese che li utilizzano in transazioni comparabili e sono utilizzati in «business operations» con l’aspettativa di ottenere guadagni futuri.

Il residual profit split. Il residual profit split trova applicazione in particolare nel transfer pricing, ma deve essere adattato per il patent box. Nel transfer pricing l’applicazione è abbastanza semplice: le imprese calcolano ipotesi di reddito da ripartire tra strutture localizzate in stati diversi, viene previsto un range di ripartizione che tiene conto dei «quartili» in cui collocare il reddito della funzione produttiva, di quella commerciale, della R&S ecc. Il dato di partenza è sempre l’utile dell’impresa. La trattativa verte nel definire a quale stato imputare la quota di reddito su cui pagare le imposte. Il residual profit split per il patent box muove dalla stessa logica di riparto degli utili sulle funzioni, ma non ha uno storico di riferimento in Italia e ha delle peculiarità che non riguardano il transfer pricing. Nel primo caso, pagare le imposte in uno Stato o nell’altro porta comunque a ripartire l’imponibile dato all’interno di alcuni valori minimi e massimi, tracciati dagli interquartili. Nel caso del patent box, invece, ci sarà una parte di imponibile legata alle funzioni routinarie e una parte di imponibile detassata al 50% in quanto relativa agli intangibili agevolabili. Esemplificando, un’impresa deve trovare un tasso di remunerazione per la funzione produttiva, uno per la funzione commerciale e, almeno, fino al 24 aprile 2017, per differenza, definiva l’utile attribuibile agli intangibili. Dall’entrata in vigore del dl n. 50/2017 si deve cercare anche un tasso di remunerazione per la funzione marchi. Solo a questo punto potrà, per differenza, calcolare l’utile attribuibile agli intangibili agevolabili.

La ricerca del tasso di remunerazione. Per prima cosa, l’impresa deve definire un elenco dei comparabili produttivi e commerciali, ossia imprese che svolgono solo la funzione produttiva o quella commerciale nel settore di appartenenza dell’impresa stessa o in settori similari. Per farlo deve tener conto dei cinque «fattori di determinazione della comparabilità» previsti dalle linee guida Ocse. Deve poi ricercare le fonti utili per reperire le informazioni. Queste possono essere data-base commerciali, informazioni confidenziali o informazioni pubbliche. La partenza suggerita prevede di affidarsi a fonti oggettive che permettano una prima analisi quantitativa, da affinare poi con un’analisi qualitativa.

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